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  • Associazione culturale multietnica Lakasbah
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SELEZIONE OPERATORI SPRAR

SELEZIONE OPERATORE DELL'INTEGRAZIONE 

SIAMO ALLA RICERCA DI UN/UNA OPERATORE/OPERATRICE DA IMPIEGARE NEL SETTORE DELL’ACCOGLIENZA DI RICHIEDENTI ASILO E RIFUGIATI.

PRINCIPALI MANSIONI

A TITOLO ESEMPLICATIVO E NON ESAUSTIVO SARA’ RICHIESTO LO SVOLGIMENTO DELLE SEGUENTI MANSIONI: REDAZIONE BILANCIO DI COMPETENZE E CURRICULUM VITAE; ISCRIZIONE CENTRO PER L’IMPIEGO COMPETENTE; ORIENTAMENTO E ACCOMPAGNAMENTO INSERIMENTO LAVORATIVO; ATTIVAZIONE TIROCINI FORMATIVI; RICERCA DI CORSI PROFESSIONALI; SOSTEGNO ALL’AVVIAMENTO DI LAVORO AUTONOMO; ORIENTAMENTO ED ACCOMPAGNAMENTO INSERIMENTO ALLOGGIATIVO; SUPPORTO PER LA CONCILIAZIONE CASA-LAVORO.

REQUISITI NECESSARI PER LA VALUTAZIONE DELLE CANDIDATURE

TITOLO DI STUDIO E/O ESPERIENZA PREGRESSA ANCHE DI BREVE DURATA NELL’AMBITO DEI SERVIZI SOCIALI E/O ASSISTENZA ALLA PERSONA; DISPONIBILITA’ AD UNA FLESSIBILITA’ ORARIA; AUTOMUNITO

SEDE DISVOLGIMENTO

COMUNE DI TREBISACCE (CS)

PRESENTAZIONE DELLE DOMANDE

E’ POSSIBILE PARTECIPARE ALLA SELEZIONE INVIANDO IL PROPRIO CURRICULUM VITAE AL SEGUENTEINDIRIZZO Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. , INDICANDO NELL’OGGETTO “CANDIDATURA OPERATORE DELL’INTEGRAZIONE” ENTRO IL 30/09/2017.

I PROFILI RITENUTI IDONEI ALLO SVOLGIMENTO DELL’ATTIVITA’, SARANNO CONTATTATI PER UN COLLOQUIO DA EFFETTURASI PRESSO LA NOSTRA SEDE.

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SELEZIONE OPERATORE DELL'ACCOGLIENZA

SIAMO ALLA RICERCA DI UN/UNA OPERATORE/OPERATRICE DA IMPIEGARE NEL SETTORE DELL’ACCOGLIENZA DI RICHIEDENTI ASILO E RIFUGIATI.

PRINCIPALI MANSIONI

A TITOLO ESEMPLICATIVO E NON ESAUSTIVO SARA’ RICHIESTO LO SVOLGIMENTO DELLE SEGUENTI MANSIONI: ORIENTAMENTO ALLA CONOSCENZA DEL TERRITORIO; ESPLETAMENTO DELLE PRATICHE BUROCRATICO-AMMINISTRATIVE DEI BENEFICIARI; FRUIBILITA’ DEI SERVIZI OFFERTI DAL TERRITORIO; ACCOMPAGNAMENTO PER L’ACQUISTO DI GENERI DI PRIMA NECESSITÀ; ORIENTAMENTO ED ACCOMPAGNAMENTO INSERIMENTO SOCIALE; MONITORAGGIO DELLE STRUTTURE DI ACCOGLIENZA.

REQUISITI NECESSARI PER LA VALUTAZIONE DELLE CANDIDATURE

TITOLO DI STUDIO E/O ESPERIENZA PREGRESSA ANCHE DI BREVE DURATA NELL’AMBITO DEI SERVIZI SOCIALI E/O ASSISTENZA ALLA PERSONA; DISPONIBILITA’ AD UNA FLESSIBILITA’ ORARIA; AUTOMUNITO

SEDE DI SVOLGIMENTO

COMUNE DI TREBISACCE (CS)

PRESENTAZIONE DELLE DOMANDE

E’ POSSIBILE PARTECIPARE ALLA SELEZIONE INVIANDO IL PROPRIO CURRICULUM VITAE AL SEGUENTEINDIRIZZO Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. , INDICANDO NELL’OGGETTO “CANDIDATURA OPERATORE DELL’ACCOGLIENZA” ENTRO IL 30/09/2017.

I PROFILI RITENUTI IDONEI ALLO SVOLGIMENTO DELL’ATTIVITA’, SARANNO CONTATTATI PER UN COLLOQUIO DA EFFETTURASI PRESSO LA NOSTRA SEDE.

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SELEZIONE VOLONTARI SERVIZIO CIVILE NAZIONALE

Per come già comunicato a mezzo mail degli interessati, nei giorni 02/10/2017 e 04/10/2017 si svolgeranno i colloqui per l’ammissione al Servizio Civile Volontario del progetto “Doing Together” -  sede di Cosenza e Rende (Cs) -  presso la sede legale dell’ Associazione Culturale Multietnica “La Kasbah”, sita in Via Bengasi 1 – 87100 Cosenza .

In allegato il calendario dei colloqui con le relative informazioni.

Allegati:
Scarica questo file (CONVOCAZIONE COLLOQUI SCN.pdf)CONVOCAZIONE COLLOQUI SCN.pdf[ ]78 kB

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Le ferite invisibili. Teoria e modalità dell’emersione delle vittime di tortura tra i richiedenti e titolari di protezione internazionale

SEMINARIO FORMATIVO PER OPERATORI SOCIALI, MEDICI DI MEDICINA GENERALE, PSICHIATRI, PSICOLOGI, ASSISTENTI SOCIALI E MEDIATORI CULTURALI. L’EVENTO E’ RIVOLTO A 140 PARTECIPANTI DEI QUALI 95 DELL’ASP DI COSENZA E 45 OPERATORI DELL’ACCOGLIENZA INDIVIDUATI DALL’ASSOCIAZIONE CULTURALE LA KASBAH ONLUS.

29 e 30 Giugno 2017

Aula Magna

Settore Lavoro e Formazione – REGIONE CALABRIA

Via Cesare Gabriele, n°49 (Ex Inapli) Cosenza

 

 

per info vai alla pagina dedicata cliccando QUI

 

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SOLIDARIETA' OCCUPANTI PALAZZO VIA SAVOIA

L’associazione “La Kasbah” esprime solidarietà agli occupanti del Palazzo di Via Savoia, in seguito alla paventata minaccia di sgombero registrata nella giornata di ieri. L’assenza di soluzioni di carattere politico unitamente al clima di repressione che si respira sempre più negli ultimi tempi, configurano una volontà istituzionale volta a cancellare  dai quartieri percorsi di lotta e di autogestione contro la speculazione, l’espropriazione dei diritti, la precarietà imposta dalle politiche di austerity. E’ una guerra contro chi oggi paga i costi sociali di una crisi sulla quale non ha colpe. I percorsi di occupazione rappresentano un’alternativa allo sfruttamento a cui l’assenza di politiche per il diritto alla casa e la subalternità alle lobby del mattone costringono migliaia di persone in questa città.

Le persone non si sgomberano, i diritti non si sgomberano!

Associazione Culturale Multietnica“La Kasbah” Onlus

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MY ART FILM FESTIVAL


WWW.MYARTFILMFESTIVAL.COM 

https://www.calabriacult.com/myart-film-festival

http://www.corriere.it/video-articoli/2017/04/25/gli-occhi-loza-tante-altre-storie-migrazionenel-festival-myart-dedicato-giovani-mediterraneo/a3022dc0-29eb-11e7-9909-587fe96421f8.shtml

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

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METAMORFOSI - TRAME D'OLTREMARE

 

WWW.OFFICINEBABILONIA.ORG 

 

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INSCATOLATI - I MINORI NON ACCOMPAGNATI NELLA "BIG BOX" DI REGGIO CALABRIA

Reggio Calabria, 21 gennaio 2017

Campagna LasciateCIEntrare – Luca Mannarino (attivista) – Corea Emilia (Ass. La Kasbah)

Collettivo Autonomo AltraLamezia

Inscatolati – I minori non accompagnati nella “Big Box” di Reggio Calabria

Mamma chissà se valeva la pena

Fare tanta strada arrivare qua (…)
E se potessi tornare indietro
Indietro io ci tornerei
E se potessi cominciare da capo
Quello che ho fatto non lo rifarei(…)
E meno male che c'è sempre qualcuno che canta
La tristezza ce la fa passare
Se no la nostra vita sarebbe
Una barchetta in mezzo al mare

La chiamano “Lo Scatolone”, è una palestra di plastica in lamiera, a pochi metri dallo stadio “Granillo” a Reggio Calabria. Nata come struttura di emergenza per fronteggiare l’ondata di sbarchi nel mese di luglio, è ad oggi un centro non governativo dove oltre 100 minori sono stati abbandonati da oltre 6 mesi dalle istituzioni. Al nostro arrivo abbiamo trovato due ragazzini in ciabatte e pantaloncini lisi, fermi all’entrata: gli sguardi estranei e turbati, di bambini cresciuti in fretta, soli ad affrontare un’ordinaria giornata di freddo gelido in una terra straniera. Dopo avere scambiato due parole con loro ci accompagnano all’interno, “dovete vedere per comprendere la nostra situazione” ci dicono. Abbiamo visto, abbiamo guardato, scrutato. Davanti ai nostri occhi il completo fallimento di un sistema di accoglienza ipocrita. Davanti ai nostri occhi, il naufragio dell’umanità, di un inquietante occidente “dei diritti”, dove un centinaio di adolescenti vivono in un limbo di assenza di qualsiasi tutela, nel generale rifiuto della società. Perché i soprusi vengono perpetrati, vigliaccamente, sempre sulla stessa pelle, quella dei dannati della terra, dei più deboli, di chi trova la morte nel tentativo disperato di attraversare il mediterraneo, di chi è costretto a vivere tra freddo e immondizia. Oltre cento minori, il più giovane dei quali appena tredicenne, condividono un unico spazio, uno stanzone dove si dorme, si mangia sulle brandine, si passa il tempo a parlare, a ricordare. A ricordare le violenze vissute nei loro paesi, i genitori morti ammazzati, la tortura nelle carceri libiche. A sognare, quelli che ancora sono capaci di farlo, una vita diversa dallo squallore nel quale sono stati catapultati all’arrivo sulle coste italiane. Quale crimine hanno commesso questi piccoli uomini per essere costretti a vivere in simili condizioni, ci chiediamo? Voltare la testa da un’altra parte, non guardare, è impossibile. Anche se entrando nell’anticamera dell’inferno che è “lo scatolone” avremmo preferito non farlo. Per non vedere quelle che sono, invece, le colpe della nostra società, vile e ignobile. In alcuni punti, i vetri alle finestre sono stati sostituiti da cartoni, da fogli di compensato dai quali penetra il freddo pungente di una glaciale mattina di inverno. In fondo allo stanzone si apre un corridoio dove si trovano i servizi igienici, solo due gabinetti per oltre cento persone. Dalle docce scorre acqua gelida che ristagna sui pavimenti sporchi. In un angolo, su una panca è appoggiato un vecchio phon da viaggio. I ragazzi ci raccontano che lo usano, all’uscita dalla doccia, per asciugare i loro corpi. Non esistono asciugamani né accappatoi. I vestiti, ci dicono, vengono lavati a mano e stesi ad asciugare su un muro, sul retro della struttura. Alcuni raccontano di essere stati portati allo “Scatolone” 6 mesi fa. Tutti, ci riferiscono, sono ancora in attesa del primo permesso di soggiorno. Non hanno documenti, solo un tesserino con un numero di matricola. Molti di loro, al nostro arrivo, continuano a dormire sulle brandine da campeggio, con addosso le misere coperte dell’esercito, insufficienti a proteggerli dal freddo. Altri sono ansiosi di parlare, di raccontarci le loro vicissitudini di bambini cresciuti in fretta sotto le clusterbombs, nelle carceri libiche dove venivano stuprati tutti i giorni e poi tra il vomito e la benzina di navi cariche di morte.

Così come loro stessi ci raccontano, a gestire quelli che dovrebbero essere i servizi erogati dal Comune sono i volontari dell’Associazione Nazionale dei Carabinieri. Ci dicono che la struttura dovrebbe servire alla primissima accoglienza di questi ragazzi, i quali dovrebbero rimanere al suo interno per sole 78 ore: “Eppure ci sono ragazzi che sono qui da sei mesi”, ammettono. Ripetono più volte di essere in quel luogo in maniera assolutamente volontaria, spinti dal proposito di creare con i ragazzi rapporti umani, e di non avere responsabilità alcuna sulla situazione venutasi a creare. Ci raccontano delle difficoltà da parte dell’Amministrazione comunale e della Prefettura nel trovare sistemazioni alternative, sia in Calabria che altrove nell’intero territorio nazionale.

Appena si accorgono, però, che alcuni di noi sono riusciti ad entrare nella struttura invitati dai ragazzi, ci intimano di uscire immediatamente, non dimenticandosi di ricordarci che i due ragazzi con i quali stavamo parlando, e che ci stavano raccontando il malessere generalizzato in quella struttura, “hanno problemi mentali”.

Usciti dalla struttura la nostra attenzione viene attirata da un ragazzo. Sta immobile, con le spalle contro il muro e piange silenziosamente. Ci avviciniamo a lui cercando di consolarlo, ben consci della nostra impotenza. Ci riferisce di avere mal di denti da diversi giorni. Ma le sue sono le lacrime di un sedicenne solo, vissuto all’inferno di un viaggio che lo ha portato verso una terra che doveva regalargli un futuro diverso, ma che lo ha solo traghettato verso l’altra sponda dell’Ade. Le sue sono le lacrime di un ragazzo che si vede impotente e incapace di determinare il proprio futuro, a cui sono state rubati i sogni e le speranze che un sedicenne ha il pieno diritto di avere.

Ce ne andiamo con la sua immagine nella mente chiedendoci di chi sia la responsabilità di tutto questo, dove siano e cosa stiano facendo, oltre a rimpallare (come prevede il buon costume italiano) le proprie responsabilità, tutte le istituzioni e le organizzazioni umanitarie che dovrebbero intervenire per ridare speranza a 100 ragazzi.

A pochi giorni di distanza, il 25 gennaio, veniamo allertati da alcuni ragazzi “rinchiusi” nella struttura relativamente al fatto che, la mattina dello stesso giorno, circa una ventina di minori sono stati prelevati dalla polizia e trasportati in questura. Durante l'operazione, riferiscono i ragazzi, gli stessi volontari dell’Associazione Nazionale Carabinieri indicavano ai militari quali ragazzi dovessero essere prelevati. I 20 ragazzi rimangono in questura per tutta la giornata senza ricevere neanche un pasto, e vengono rilasciati intorno alle 02:30. Nel documento di notifica che viene rilasciato loro, ovviamente non tradotto nella lingua d’origine (nel provvedimento si parla di una traduzione orale all’atto della notifica), viene dichiarato che i ragazzi si sono “resi responsabili di condotte integranti gravi turbative all’ordine e alla sicurezza pubblica” e che viene “valutata positivamente la pericolosità sociale del proposto e risolta favorevolmente la prognosi circa la sua attitudine alla commissione di reati che mettono in pericolo la sicurezza e la tranquillità pubblica”. La verità è che i ragazzi si sono resi colpevoli di aver inscenato due proteste a distanza di pochi giorni, tentando di bloccare la strada di accesso alla struttura, per contestare le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere e le continue vessazioni che sono costretti a subire.

Insomma, un’altra vergogna, l’ennesima, del "modello" di accoglienza italiano!

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 Mendicino

luci e ombre dell’accoglienza ai migranti nei CAS

Campagna LasciateCIEntrare – 01 ottobre – 12 novembre 2016

Delegazione costituita da: Emilia Corea (Ass. La Kasbah), Luca Mannarino (attivista), Maurizio Alfano (attivista), Luana Ammendola (attivista).

Lo scorso 1 ottobre facciamo visita a due Centri di Accoglienza Straordinari ubicati nel comune di Mendicino.

Il primo CAS, denominato “ROSARIO 2”, come riportato sulla targhetta dei citofoni degli appartamenti, è gestito dall’Associazione EuroForm e dall’Associazione culturale Metamorfosi. Il centro è dislocato su due palazzi adiacenti, al centro del paese. Tre appartamenti al primo e quarto piano del primo palazzo, e due appartamenti nel secondo. I ragazzi ospiti del primo palazzo sono 15, 5 per ogni appartamento. Provengono da Nigeria (10), Gambia (2), Guinea Conakry (2), Burkina Faso (1). Negli appartamenti del secondo palazzo vivono, invece, 6 persone. 

All’interno degli appartamenti non c’è nessun operatore, per cui decidiamo di fermarci a chiacchierare con gli ospiti sul pianerottolo dei due appartamenti contigui. 

I ragazzi ci descrivono l’appartamento, parlando di due camere da letto da tre e due posti, cucinino e bagno. Ricevono ogni mese il pocket money giornaliero.  Seguono un corso di informatica al mattino e un corso di lingua italiana nel pomeriggio, presso la sede dell’associazione EuroForm a Rende. Tutti hanno fatto richiesta d’asilo e attendono la risposta da parte della commissione territoriale. Il cibo viene preparato fuori dalla struttura e servito a pranzo e cena, mentre la colazione viene preparata dagli ospiti nelle cucine degli appartamenti. Non tutti sono in possesso della tessera sanitaria, ma tutti hanno fatto i controlli medici previsti. 

Nell’atrio del primo palazzo in cui sono ospitati i ragazzi, incontriamo una signora che si lamenta della “concentrazione” in una ristretta area di 21 stranieri. Racconta di avere parlato con il sindaco del comune per chiedere un’equa dislocazione e riferisce che neanche il sindaco fosse a conoscenza dell’apertura del CAS. E’ la solita logica degli affidamenti diretti da parte della Prefettura, nell’ottica di una continua emergenza che non prevede, dunque, una partecipazione del territorio. Ciò determina la mancata condivisione di un’esperienza di accoglienza, interazione e conoscenza con la comunità locale, anche in presenza di possibili esperienze “virtuose”, che dovrebbe essere consueta per le popolazioni che accolgono. 

A distanza di un mese ci rechiamo presso la sede di Euroform per confrontarci, così come è nostra consuetudine, con il gestore del centro. Ci intratteniamo a parlare con il coordinatore, Ilario del Sardo, che – secondo quanto ci riferisce – è anche il mediatore del CAS di Mendicino. Ci spiega il motivo per cui non è stata fatta l’iscrizione al servizio sanitario per tutti gli ospiti: un ritardo derivante dalle lungaggini burocratiche relative al rilascio del permesso di soggiorno. Ci racconta dell’intenzione da parte dei gestori di aprire un centro di aggregazione per i migranti nel comune di Mendicino al fine di favorire l’integrazione sul territorio. Ci riferisce, inoltre, della consuetudine di iscrivere i migranti al centro per l’impiego della Provincia di Cosenza, prassi unica all’interno dell’universo dei CAS. Per quanto riguarda l’inserimento di tipo lavorativo, inoltre, ci racconta che si sta cercando di dare vita a una ditta di catering etnico, gestita direttamente dai migranti: in tal modo, ci dice, si cerca di venire incontro alle loro esigenze di tipo culinario e si prova a creare opportunità di lavoro per i migranti, alla fine del percorso di accoglienza. Ci racconta di aver letto e studiato il Manuale Operativo dello SPRAR e di cercare di attivare tutte le procedure e i servizi in esso descritte, così come ogni Centro di Accoglienza Straordinaria dovrebbe fare (in ottemperanza alla Circolare del Min. Int. del 8/01/2014 e al Capitolato generale d’appalto approvato con D.M. del 21/11/2008). 

Quanto da noi rilevato nel corso della visita al suddetto centro di accoglienza e del colloquio con il coordinatore ci porta a considerare il centro di accoglienza straordinaria gestito da Euroform come un modello di buona accoglienza nella provincia di Cosenza, finora l’unico tra quelli fino a questo momento monitorati dai referenti territoriali della Campagna, insieme a quello di Longobardi. Inoltre, la decisione di accogliere i migranti all’interno di singoli appartamenti piuttosto che all’interno di un unico centro di accoglienza, rappresenta un ottimo esempio di rispetto delle esigenze abitative dei richiedenti asilo, troppo spesso ammassati all’interno di strutture di infimo  ordine. 

Situazione completamente diversa è quella che si palesa ai nostri occhi quando nel corso della stessa mattinata ci rechiamo fuori dal centro abitato dove, in Via Santa Maria, sempre nel territorio di Mendicino, è stato aperto un altro CAS, gestito dalla Tre Effe di Campana, in provincia di Cosenza: secondo quanto ci viene riferito dal coordinatore del centro, Ahmed Berraou, una Cooperativa Sociale dedita al catering e alla ristorazione, e improvvisamente riscopertasi votata all’accoglienza. Appena arrivati, il responsabile e gli operatori ci accolgono e si rendono disponibili a farci visitare il centro e a farci parlare con gli ospiti. Il centro è stato aperto da oltre tre mesi e accoglie circa 23 persone provenienti da Costa D’Avorio, Guinea Conakry, Nigeria, Senegal, Liberia. Il CAS è dislocato su due livelli in uno stabile che appare strutturalmente nuovo. All’interno ci sono camere da letto, da tre e due posti, e servizi igienici. Notiamo, però, che alcuni materassi sono senza lenzuola né  coperte.  E’ stata creata una sala per la preghiera ed è da poco presente una rete wi-fi. Il responsabile ci dice che sono presenti un coordinatore, un mediatore, una pedagogista (che funge da psicologa), un operatore socio-sanitario, un operatore che impartisce lezioni di lingua italiana ogni mattina e un operatore notturno. 

Come al solito, l’ottimo scenario prefigurato dal coordinatore, viene ribaltato dal racconto dei ragazzi ospiti del centro. Nessuno è ancora andato in commissione in quanto nessuno di loro ha ancora compilato il modello C3 per la richiesta d’asilo. Nessuno ha la tessera sanitaria e tutti si lamentano perché non vengono loro consegnate le medicine in caso di necessità. Ci comunicano che, da quando sono nel centro, non hanno usufruito di visite mediche. Il pranzo e la cena vengono preparati fuori dalla struttura, ma la qualità è scadente. La colazione viene preparata all’interno della struttura, e consiste in un solo bicchiere di latte. Non vengono loro forniti vestiti e si lamentano per il freddo della notte, mentre l’acqua calda, ci dicono, è arrivata solo il giorno prima. Riferiscono di avere chiesto più volte delle coperte, ma non sono state loro consegnate. Ancora non hanno ricevuto il pocket money dovuto. Si lamentano perché non vengono loro forniti i prodotti di base per l’igiene personale. Il tutto ci viene riferito davanti agli operatori, i quali cercano di minimizzare le rivendicazioni da parte dei migranti, additando alcuni di loro come gli agitatori del gruppo.  Gli operatori, inoltre, ci riferiscono che la struttura - al momento dell’apertura del Centro - non era ancora stata dichiarata agibile. La situazione rilevata nel CAS di Mendicino appare solo come la punta dell’iceberg di un sistema che prevede ritardi sistematici (dettati, a volte, da scarse competenze degli addetti) nelle questure e negli uffici pubblici preposti al rilascio della dovuta documentazione, spostamenti continui dei migranti “accolti” e conseguenti rinvii e re-impostazioni di tutti gli iter utili all’ottenimento di documenti il cui possesso significa possibilità di vita autonoma. Sei nigeriani ospiti del centro, infatti, sono stati trasferiti dal CAS di Camigliatello, chiuso dalla Prefettura di Cosenza, a fine luglio. Altre 15 persone sono state trasferite da Messina, passando per Acri. Sono, dunque, persone in Italia da cinque mesi, sballottati da un centro all’altro, senza ancora aver avuto la possibilità di formalizzare la richiesta di protezione internazionale, e senza alcuna assistenza sanitaria. 

In data 12 novembre 2016 ci rechiamo nuovamente presso il centro di accoglienza di Via Santa Maria, allertati da una richiesta di aiuto pervenuta da parte degli ospiti della struttura. All’arrivo, i migranti, date le avverse condizioni meteo, ci invitano a entrare all’interno del centro. Ci riferiscono di una protesta verificatasi tre giorni prima, in seguito alla quale è stato loro sospesa la somministrazione dei pasti per due giorni consecutivi. La struttura appare particolarmente fredda, i riscaldamenti non sono in funzione. I richiedenti asilo raccontano che il pocket-money non viene loro erogato secondo le scadenze stabilite. Riferiscono che, a fronte dei 75 euro previsti, sono stati loro erogati 35 euro nel mese di settembre e 40 euro nel mese di novembre, ragion per cui hanno protestato nei giorni addietro. Il giorno successivo alla rimostranza, ci raccontano che il coordinatore del centro ha fatto ricorso alle forze dell’ordine che, giunte sul posto, hanno chiesto le generalità di uno degli ospiti. Lo stesso ci riferisce che un operatore, in seguito alla loro dipartita, gli ha comunicato che probabilmente sarà revocata l’accoglienza. Durante il colloquio con i migranti, il mediatore culturale ci riferisce che il responsabile del centro, Franco Cosenza, allertato telefonicamente intende parlare con uno dei referenti della campagna. Al telefono, ci intima ad allontanarci dalla struttura, in quanto privi di autorizzazione ad entrare. Gli facciamo presente che non è nostra intenzione soffermarci all’interno ma che non può impedirci di parlare con i richiedenti asilo fuori dalle mura del centro. Da qui parte una lamentela contro “quei gran signori (riferito ai migranti) che non fanno altro che lamentarsi”, contro la Prefettura che non ha ancora erogato alla cooperativa il finanziamento, contro di noi che non sappiamo cosa significhi gestire una struttura di accoglienza. I migranti ci accompagnano all’uscita, alcuni scalzi e con addosso vestiti leggeri. Chiediamo loro perché non indossino abiti più pesanti, date le temperature bassissime all’esterno. Ci rispondono di essere sprovvisti di vestiti adeguati per la stagione. 

Stiamo costretti, dunque, ad evidenziare per l’ennesima volta le storture di un sistema di accoglienza che non funziona. Com’è possibile che persone giunte in Italia da mesi, dopo esperienze di viaggio traumatiche segnate da perdite, maltrattamenti, stenti, sopravvissute a tragiche traversate, vengano “spostate” come pacchi postali  da un centro all’altro senza nessuna tutela dei loro diritti? Com’è possibile che coloro che dovrebbero tutelare i migranti, facciano ricorso alle forze dell’ordine ogni qualvolta gli ospiti protestano per il mancato rispetto dei loro diritti? 

Il caso vuole che questo centro nasca proprio vicino ad una chiesa ribattezzata anni fa  “Santuario di Santa Maria dell’Accoglienza”: ironia del destino?

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SGOMBERO RESIDENCE ULIVI - FALERNA (CS)

All’alba di ieri mattina, il paventato sgombero dei migranti alloggiati presso il Residence degli Ulivi a Falerna, ha avuto inizio. Un ingente spiegamento di forze dell’ordine ha fatto irruzione alle 7:00 all’interno delle abitazioni dei profughi. Al nostro arrivo abbiamo trovato la maggior parte dei migranti fermi all’ingresso del residence, i pochi bagagli in mano, le facce esterrefatte, un futuro immediato di incertezza ancora più angosciante di ieri. Non hanno dato loro nemmeno la possibilità di consumare l’ultima colazione all’interno di quella che negli ultimi quattro anni è stata la loro casa, nessun briciolo di umanità nei confronti di centinaia di persone che da stasera si ritroveranno a vagare per le strade di Falerna in cerca di un angolo di strada dove passare la notte. Niente, non interessa a nessuno capire chi ci si trova davanti e quale sia il suo vissuto: l’importante è risolvere quello che sembra il più grande problema della cittadina tirrenica. Lo sgombero, avvenuto senza che le persone ospitate all’interno degli stabili siano state formalmente informate delle operazioni (con notifica tradotta in lingua), e/o preventivamente coinvolte in una consultazione genuina, così come prescritto dal diritto internazionale in materia di sgomberi, viene effettuato, quindi, senza assistenti sociali, senza mediatori culturali e senza i servizi sociali del comune. Eppure, ad eccezione del proprietario dello stabile, ci sono tutti gli attori della vicenda di Falerna: il sindaco, tronfio per l’avvento del “grande” giorno; i responsabili del Consorzio “Calabria Accoglie”, sorridenti e alteri a coadiuvare il lavoro delle forze dell’ordine e a fare “la conta dei danni”. Dall’altra parte loro, gli “invisibili” di Falerna. Immobili accanto alle biciclette utilizzate per andare a lavorare, ogni mattina, nelle campagne circostanti, a guardare le ultime cose rimaste e gli strumenti da sempre adoperati per il lavoro volare giù dai balconi dei fabbricati. 

Un uomo urla davanti al sindaco, chiede ripetutamente di poter mangiare, ci mostra i referti del pronto soccorso, ci riferisce di un problema allo stomaco. Un altro si inginocchia a terra in lacrime, ci chiede: “Che ne sarà di noi? Fa freddo, non possiamo restare all’aperto, vi indignerete solo quando saprete che gli africani del residence degli ulivi sono morti per strada?” Avevamo tentato, nelle settimane scorse, in seguito all’emanazione dell’ordinanza di sgombero, di trovare un compromesso con il sindaco.

Avevamo chiesto e ottenuto un incontro con lo stesso al fine di evitare l’ennesimo atto amministrativo che non si preoccupa della gestione del bene comune e della tutela dei diritti, ma risponde in maniera ottusa e repressiva ad una situazione già delicata.

Il 18 febbraio 2013 con una circolare del Ministero dell’Interno si decideva la fine dell'“Emergenza Nordafrica”. Con tale atto numerosi centri d’accoglienza venivano chiusi buttando per strada migliaia di migranti.

Nel caso del Residence degli Ulivi di Falerna però, andato via il consorzio di cooperative “Calabria Accoglie” (Soc. Coop. Il Delfino e Consorzio Promidea) che gestiva la struttura, tra rimpalli di responsabilità tra le autorità e un contenzioso civile tra il proprietario della struttura e lo stesso consorzio “Calabria Accoglie”, i migranti erano rimasti all’interno dell’ex centro dando vita ad un’importante forma di autogestione e solidarietà, fino alla recente ordinanza di sgombero.

All’incontro eravamo giunti chiedendo una proroga necessaria ad effettuare un censimento, indispensabile per verificare le condizioni degli ospiti e per potere individuare per ognuno di essi la soluzione più appropriata, dando anche la nostra disponibilità in attività che potessero essere risolutive della situazione

Nel centro infatti vivevano famiglie con minori, malati, numerosi migranti regolari in attesa del semplice rinnovo del permesso, lavoratori delle campagne. Eravamo consapevoli che uno sgombero immediato avrebbe avuto come unica conseguenza il semplice spostamento di quello che viene individuato oggi dall’amministrazione come un problema. È lecito pensare, di fatto, che smantellato il campo senza alcuna altra soluzione abitativa, se ne crei subito un altro.

Non solo quindi una scelta discutibile da un punto di vista sociale ed umano, ma un atto poco lungimirante ed intelligente anche per il più spietato dei burocrati.

Tuttavia il Sindaco non curante di tutto ciò aveva espresso la sua immediata volontà di sgombero. Sgomberare subito, sgomberare a qualsiasi costo, questo il sunto del suo pensiero!

A suo dire, il campo di Falerna rappresentava un porto franco di illegalità; di fatto l’apertura del centro sarebbe corrisposta all’arrivo della delinquenza a Falerna.

In un delirio salviniano ci aveva raccontato di “commercianti costretti a chiudere per i migranti che fanno il bagno a mare”, di imprenditori che “giustamente” offrono paghe minori ai lavoratori stranieri i quali, però, accettandolo rubano il lavoro agli italiani; italiani brava gente che per la conseguente perdita del lavoro causato dal “furto” da parte dei migranti, vanno fuori di testa e “picchiano giustamente” la moglie.

Tutti i mali del mondo, dunque, racchiusi in questo centro, e sgomberandolo si sarebbe posta fine a tutti i problemi che affliggono Falerna.

È curioso pensare che un tale disastro sia stato generato in un centro dove per anni le cooperative interessate avrebbero invece, sempre a suo dire, svolto un eccellente lavoro.

È chiaro che ancora una volta i migranti, soggetti deboli di questa vicenda di speculazione economica prima e sciacallaggio politico adesso, sono gli unici a farne le spese.

Mentre ancora una volta la politica decide di essere cieca e ingiusta, mossa da deliri di onnipotenza e personalismi, svuotata dal suo più nobile significato, è ovvio che non possiamo restare in silenzio.

Tutte le autorità coinvolte nello sgombero dovranno assumersi le responsabilità e le conseguenze che da tale atto deriveranno.

Altra Lamezia

Associazione La Kasbah

Associazione Garibaldi 101

Campagna LasciateCIEntrare

Collettivo Autogestito Casarossa40

Co.S.Mi. – COmitato Solidarietà Migranti – Reggio Calabria

Federazione provinciale Usb – Unione Sindacale di Base

Movimento ambientalista del tirreno

S.P.A. Arrow

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CONVEGNO ACCOGLIENZA, INTEGRAZIONE E SVILUPPO LOCALE PER UN SISTEMA PUBBLICO DI ACCOGLIENZA DIFFUSO ED INCLUSIVO

 

  COMUNICATO STAMPA

CONVEGNO ACCOGLIENZA, INTEGRAZIONE E SVILUPPO LOCALE PER UN SISTEMA PUBBLICO DI ACCOGLIENZA DIFFUSO ED INCLUSIVO

Il significato del termine “emergenza”, riferito al fenomeno della migrazione, ha perso da tempo la propria valenza. Un’emergenza è tale quando legata ad eventi imprevedibili, straordinari e non continuativi. Nessuno di questi aspetti è attualmente riscontrabile in relazione ai flussi migratori che ogni giorno si manifestano sulle coste della Calabria. È tempo di abbandonare una politica d’azioni basate appunto sulla logica emergenziale per passare ad una progettualità di lungo termine che concretizzi il proprio agire in funzione della visione di una reale accoglienza, la quale deve avere il suo pilastro nell’integrazione Come è noto, tutta la Calabria, compresa la provincia di Cosenza (come testimoniano i sempre più numerosi sbarchi che interessano il porto di Corigliano), è zona fortemente interessata dal fenomeno, conseguentemente alla propria posizione geografica. Ma indipendentemente dalla posizione geografica, questa terra è senza ombra di dubbio terra di accoglienza, perché dell’accoglienza ha saputo cogliere ogni aspetto positivo, sia sotto il profilo culturale, sia sotto quello sociale, che umanitario. Il desiderio di accogliere, tuttavia, non è sufficiente, se lo stesso non è correttamente veicolato da meccanismi organizzativi capaci di coordinare tra di loro più enti e realtà amministrative. Ne sono prova, in un certo qual modo, la controversa esperienza dei CAS (Centri Accoglienza Straordinaria) dislocati sul territorio. La recente cronaca, manifestatasi anche a livello nazionale, relativa a realtà territoriali proprie dell’arco ionico lo testimonia. Qual è dunque il corretto approccio al fenomeno della migrazione? Quali sono gli strumenti a disposizione degli amministratori locali, tesi a garantire la coesione territoriale, a stimolare lo sviluppo locale e ad offrire un’accoglienza dal basso, al tempo stesso concreta e professionale? Saranno proprio queste le risposte che emergeranno nell’ambito della giornata-convegno Accoglienza, Integrazione e Sviluppo locale – Per un sistema pubblico di accoglienza diffuso ed inclusivo, organizzata dal Coordinamento SPRAR della Provincia di Cosenza e dall’Associazione A.S.A.I. (Associazione Sviluppo Alto Ionio), che avrà luogo a Trebisacce, venerdì 18 Novembre, presso il Miramare Palace Hotel, sito sul lungomare della cittadina ionica. L’evento si comporrà di due diversi momenti. La prima parte dei lavori avrà natura congressuale e affronterà due temi fondamentali dell’attuale schema d’azione legato alla migrazione: - Il quadro di riferimento nazionale. - Un focus dedicato alla Regione Calabria. Interverranno: - Franco Mundo – Sindaco di Trebisacce - Gianfranco Tomao – Prefetto di Cosenza - Graziano Di Natale – F.F. Presidente della Provincia di Cosenza - Mario Morcone – Prefetto - Capo Dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del Ministero dell’Interno - Luca Pacini – Rappresentante dell’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) - Pino Fabiano – Direttore Migrantes di Cosenza-Bisignano - Agazio Loiero – Già Governatore della Regione Calabria e Promotore della Legge Regionale del 2009 sull’accoglienza - Gianfranco Schiavone – Vice-presidente ASGI (Associazione Studi Giuridici Immigrazione) - Giovanni Manoccio – Coordinamento Progetti SPRAR - Provincia di Cosenza Le conclusioni dello spazio congressuale saranno affidate a Mario Oliverio, Governatore della Regione Calabria. I lavori saranno coordinati da Antonio Pagano, Consigliere parlamentare e presidente dall’Associazione per lo Sviluppo dell’Alto Ionio. La seconda parte della giornata d’incontro, che avrà inizio alle 14.00, avrà carattere tecnico-operativo, in modo che ogni amministratore possa ricevere informazioni e assistenza tecnica per la procedura di accreditamento al Sistema nazionale di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR), grazie alla consulenza offerta dal Servizio Centrale dello SPRAR, in collaborazione con il Coordinamento SPRAR della Provincia di Cosenza. A coordinare i lavori Stefania Maselli, referente della Regione Calabria per il Servizio Centrale SPRAR. Un’esperienza consolidata quella dello SPRAR, che mette la persona al centro del processo di accoglienza, ponendo come fine ultimo l’integrazione e offrendo ai territori che aderiscono al sistema una concreta possibilità di sviluppo e di occupazione per i residenti. La giornata di lavori si pone come obiettivo finale quello di evidenziare come il fenomeno della migrazione non trovi soluzione nell’addensamento di uomini, donne e bambini di origini diverse in strutture spesso diroccate o isolate, in cui la promiscuità diviene aspetto problematico e nelle quali è difficile, a causa dell’alto numero di migranti, offrire la corretta assistenza sanitaria, legale e sociale. La soluzione risiede invece in un processo di integrazione graduale, che si fondi sui piccoli numeri e su strutture agibili e funzionali, capillarmente diffuse su tutto il territorio provinciale, regionale e nazionale; scelta che per le aree interne della Calabria potrebbe rappresentare una risposta, ancorché parziale, ai fenomeni di spopolamento urbano, in sintonia, peraltro, con i principi e le disposizioni della legge regionale n. 18 del 2009, approvata dalla giunta Loiero. La migrazione non è più un’emergenza, ma una realtà del quotidiano con cui tutti gli amministratori devono confrontarsi giornalmente. Scoprire gli strumenti corretti per affrontare tale realtà è dovere inderogabile, per tanto la giornata del 18 si pone come appuntamento basilare da cui partire, coesi, per un futuro in cui i migranti non siano più un’emergenza, ma una risorsa per tutto il territorio.

                                                                                                                GLI ORGANIZZATORI

 

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SUMMER SCHOOL 2016

 

Dall' 8 al 10 settembre 2016 si terrà a Brescia la Summer School 2016 organizzata da Europasilo in collaborazione con il Servizio Centrale.

L’ACCOGLIENZA CHE FA COMUNITÀ
Sistemi di accoglienza e di welfare – Riflessioni e sperimentazioni a confronto in Italia e in Europa. Seminario residenziale – Brescia, 8-10 settembre 2016

 

Per info e iscrizioni clicca QUI

www.europasilo.org

 

 

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VISITA AL CAS DI MONTALTO UFFUGO

Campagna LasciateCIEntrare – 26 agosto 2016

Delegazione costituita da:

Luca Mannarino, Maurizio Alfano, Francesco Formisani, Yasmine Accardo (Ass. Garibaldi 101), Emilia Corea (Ass. La Kasbah), Luana Ammendola

In data 26 agosto 2016 facciamo visita al Centro di Accoglienza Straordinaria di Montalto Uffugo, ubicato all’interno del Casale Mirella, ex casa di fattori, e gestito dalla Croce Rossa Italiana.

All’interno della struttura, aperta il 04 giugno 2015, vengono ospitati 27 uomini di diverse provenienze: Nigeria, Ghana, Eritrea, Somalia, Ciad. Tra di loro, da circa otto giorni, c’è anche un etiope, di cui racconteremo in seguito.

Una volta arrivati, il gestore della struttura, il presidente della CRI di Cosenza, Antonio Schettini, ci invita ad entrare e a visitare la stessa.

Ci racconta di come viene impostata l’accoglienza all’interno del Centro: ci parla di almeno due mediatori culturali presenti (di lingua inglese e francese); della presenza di operatori sanitari che hanno favorito l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale di molti ospiti (a tutti viene attribuito il codice STP al loro arrivo); di operatori legali che, già nella prima settimana di permanenza di ciascun ospite, fanno in modo che possa avere il Modello C3, con cui viene formalizzata la richiesta di asilo; di un solo avvocato, che cura i ricorsi avversi ai responsi negativi della Commissione. Ci dice che molti sono già stati in Commissione, a parte gli ultimi otto arrivati da dieci giorni, e che tre hanno ricevuto esito positivo ma sono ancora all’interno della struttura, in attesa dei documenti. Il cibo, continua, viene portato nella struttura da un ristorante vicino, il pocket-money viene erogato ogni fine mese, l’abbigliamento viene dato loro ogni 40 giorni. Hanno attivato i corsi di italiano, sia nella struttura, in accordo con il CPIA (Centro per l’Istruzione degli Adulti), che all’esterno, grazie al contatto con alcuni docenti “focolarini” dell’ITC Pezzullo di Cosenza: i primi vengono effettuati 3 mattine a settimana, mentre i secondi 2 pomeriggi a settimana. Otto ospiti, ci dice, hanno l’attestato del livello A1, e a settembre potranno andare regolarmente a scuola: agli otto ragazzi pare sia stato dato un “premio” di 20,00 euro come incentivo. Ci racconta di numerose altre attività di cui ci mostra le foto (bricolage, partite di calcio, laboratori di fotografia, visite al centro storico, giardinaggio) e della sinergia con il comune di Montalto Uffugo per attivare un progetto di orto solidale in cui i ragazzi possano lavorare.

Durante la visita abbiamo modo di rilevare che il Centro è costituito da due aree: un'abitazione a due piani e una casetta ad un piano, aperta da circa due settimane. Nella struttura a due piani vi sono al primo piano quattro grandi stanze, ognuna con 5 posti letto, ma un' unica toilette che soddisfa le esigenze di ben 20 ospiti. Due le docce presenti. Altri due bagni di servizio sono presenti al piano inferiore dove vi è anche una lavatrice. Nella seconda struttura da poco allestita, invece, vi è un bagno a camera. le camere sono due con sette posti letto totali (4 + 3). Nel complesso l'abitato è dignitoso. Anche se tre bagni e due docce per 20 persone sembrano insufficienti.

La percezione, ad ogni modo, è quella che si cerchi in tutti i modi di essere rispettosi e ligi alle normative in materia, senza tenere in minima considerazione le personalità, le vite, i vissuti di chi si ha davanti.

E tale percezione ci viene confermata quando parliamo con la gran parte dei ragazzi ospitati all’interno della struttura. Gli uomini accolti ci parlano di un'accoglienza scadente: "Non ci sentiamo ascoltati. Non abbiamo nessuno cui parlare dei nostri problemi - dice A. - quando protestiamo ci rispondono che possiamo andare per strada. Io ho un problema alla schiena da tre mesi, ma non mi hanno mai accompagnato dal medico. Vale la stessa cosa per tutti. Il responsabile resta nel suo ufficio e con noi non vuole avere nulla a che fare."

Tutti, indistintamente, si concentrano sui pessimi rapporti di "convivenza con il responsabile ed uno degli operatori". Vorrebbero essere trasferiti: "Non ti ascolta nessuno. Se abbiamo problemi ci trattano con sufficienza. -dice Y- Così andiamo avanti con il dolore. Siamo abituati, certo, ma credevamo che qui avremmo ricevuto conforto".

 "Per tutto l'inverno non abbiamo avuto il riscaldamento. Anche per fare la doccia è sempre un problema: l'acqua finisce o non esce. Abbiamo lamentato più volte questo disagio senza esito"

 “Sono qui da qui da oltre un anno, le uniche persone con cui riesco ad interfacciarmi le trovo in Chiesa.”

 Qualcuno va a giocare a pallone in paese, per arrivarci usano una bicicletta in prestito da amici o ci vanno a piedi. Si tratta di una superstrada senza marciapiede.

Anche qui rileviamo la distanza della struttura dal centro abitato, con la conseguente tendenza a voler escludere e la mancanza di percorsi reali di inclusione. "Siamo giovani. Sappiamo fare tante cose. – ci dicono - Qui stiamo morendo piano piano. E quando saremo fuori?" Chiediamo se siano stati informati della possibilità per alcuni di entrare nella fase di seconda accoglienza. Nulla, non sanno nulla. Chiediamo se sanno che prima o poi usciranno dall'accoglienza "Si certo. Alcuni di noi se ne sono in realtà andati autonomamente perchè qui stavano male; non si sentivano a proprio agio. Molti di noi non hanno contatti qui. Non so cosa faremo dopo." M. resta in silenzio un attimo. E poi "Quasi tutti abbiamo ricevuto esito negativo dalla Commissione e stiamo facendo un ricorso". Conoscete l'avvocato? "No. Non abbiamo modo di andare da lui o parlargli". 

Ci dicono che non esiste alcuna figura di mediazione: "Fa tutto una persona, il responsabile. Lui parla inglese ed un pò di francese." Per chi parla altre lingue, l'unica possibilità di comunicazione è paventata attraverso la mediazione di chi eventualmente, nel gruppo degli ospiti, conosce la sua lingua e può quindi "trasferire" le richieste ai gestori. 

Tra gli ospiti vi è, infatti, un uomo etiope che non parla né inglese, né francese, ma solo amarico, tigrino e un pò di arabo: la prima cosa che ci racconta è che è arrivato con la moglie, la quale adesso si trova in un centro nel beneventano. Chiede di poter stare con lei. Ci impegniamo con lui a fare richiesta perchè venga ricostruito il piccolo nucleo familiare. E così, in data 01 settembre 2016, inviamo la segnalazione agli enti competenti, cercando, in tal modo, di accelerare i tempi del ricongiungimento. 

Il 03 settembre, veniamo, però, avvisati, da parte di un altro ospite della struttura, del fatto che il ragazzo è stato espulso dalla stessa e gli è stata revocata l’accoglienza. Allertati, ritorniamo a parlare con il gestore. Ci dice che, nonostante avessero già inviato l’istanza di ricongiungimento familiare alla Prefettura di Cosenza, il ragazzo etiope avesse deciso di andare a trovare la moglie nel beneventano e fosse rientrato dopo quattro giorni, perdendo, in tal modo, il diritto all’accoglienza. Al nostro invito ad ospitare il ragazzo per le due notti che ci separano dal primo giorno utile (il lunedì successivo) per presentare l’istanza di re-immissione nel sistema, ci sentiamo, giustamente, rispondere, che, da un lato, non è autorizzato a farlo, dall’altro, deve garantire a tutti i suoi ospiti l’accoglienza dignitosa che non passa per il riposo su un divano o su un materasso di fortuna. 

Ci chiediamo, però, cosa ci sia di dignitoso nel negare cure mediche adeguate a chi richiede anche una minima assistenza sanitaria. Non riusciamo a capire dove sia finita la preoccupazione legata al garantire la dignità umana quando, nonostante il gestore del centro del beneventano - così come lui stesso ci ha riferito per telefono - lo abbia contattato per raccomandarsi di non revocare l’accoglienza al ragazzo perché stava ritornando, il presidente Schettini non si sia curato della cosa e abbia, comunque, avvisato Prefettura e Questura di Cosenza, perché l’ospite è rientrato qualche ora dopo il termine previsto. Dov’è il rispetto della vita umana quando si perpetra tutto quanto sopra descritto avendo anche il benché minimo sospetto che il ragazzo, essendo, tra l’altro analfabeta, non abbia capito quali fossero le norme da rispettare, proprio perché nel centro non lavorano mediatori tigrini e nessuno ha, dunque, spiegato lui la cosa quantomeno in arabo? Sembra assurdo che dopo tante sofferenze una coppia debba anche essere costretta alla lontananza. Le persone restano, comunque, pacchi numerati. Che importanza può mai avere l'amore ai tempi dell'emergenza? 

Ritorniamo, dunque, dal gestore per confrontarci con lui in merito a tutte le criticità evidenziate dai ragazzi. Lui, ponendosi immediatamente con fare diffidente, affida tali criticità alla scarsa capacità di comprensione e di accettazione della norma da parte dei ragazzi. “I mediatori culturali ci sono. – ci dice – Parlano di una loro assenza o di un cattivo rapporto con me solo perché, a volte, vengono date loro risposte che non piacciono”. E ancora: “[…] Assistenza medica per loro significa trasporto obbligatorio in ospedale […]”. “Noi abbiamo spiegato loro quali sono diritti e doveri di ognuno, ma tendono a non capire ciò che a loro non piace”. “L’umanizzazione della norma non è possibile”. Sono tanti gli interrogativi che ci lascia questo ulteriore confronto con Schettini. Tra questi quello relativo alla differenza tra le cose fatte e le modalità con cui si fanno: siamo sicuri che i diritti e i doveri di cui sopra siano stati compresi da tutti, o ci siamo solo limitati ad enunciarli? Ci si sofferma a spiegare cosa è giusto o non è giusto fare in un contesto in cui vigono norme e tradizioni totalmente diverse da quelle di origine, o si liquidano eventuali richieste con un secco no? Chi decide di lavorare nell’accoglienza, o, più in generale, in ambiti in cui il rapporto umano diventa prioritario, si preoccupa, così come dovrebbe essere, della qualità dei rapporti interpersonali e non solo della mera erogazione di servizi? 

Senza dubbio, dunque, un grande e sicuramente anomalo rispetto delle norme e della prassi, dimenticando, però, che tali norme e tali prassi vanno applicate nei confronti di situazioni e di vite già tanto afflitte, che, come tutte le altre, hanno emozioni da esibire e da provare, anche in un periodo di emergenza. 

Un’emergenza, per riprendere le parole del Dirigente Generale del Dip. Tutela della Salute e Politiche Sanitarie della Regione Calabria, Riccardo Fatarella, enunciate ad un recente congresso sul tema, che “non si risolverà mai se si affronta con norme e contratti alla mano. […] Il problema è culturale: bisogna prima capire e poi farsi capire” 

Per la cronaca, il ragazzo Etiope e la moglie sono riusciti a ricongiungersi dopo una settimana di tira e molla tra le Prefetture di Cosenza e Benevento e il centro di accoglienza campano, grazie anche al sostegno del vicesindaco di Acquaformosa, Giovanni Manoccio, che ha ospitato il ragazzo per il tempo necessario.

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VISITA AL CAS DI CAMIGLIATELLO

Campagna LasciateCIEntrare – Cosenza, 25 luglio 2016

Delegazione costituita da: Luca Mannarino (attivista), Emilia Corea (attivista)

Per chi viaggia in direzione ostinata e contraria

col suo marchio speciale di speciale disperazione

 

E’ una calda estate quella che è appena cominciata! Navi cariche di morte e disperazione continuano ad approdare sulle nostre coste, mentre centinaia di corpi che affiorano sulle acque del Mediterraneo richiamano alla memoria le fosse comuni di stampo nazista. Intanto, nuovi ghetti adibiti all’”accoglienza” dei superstiti sorgono ovunque sui nostri territori. Li chiamano “centri di accoglienza straordinari”. Ma non accolgono, non proteggono, non tutelano. E’ l’Europa della pseudo-civiltà, dei diritti negati, del trionfo della logica del profitto!

Quello che segue è l’ennesimo resoconto di una visita effettuata all’interno di uno dei tanti centri di accoglienza straordinaria della Provincia di Cosenza.

Il 16 e il 17 luglio scorsi ci siamo recati all’interno del Centro di Accoglienza Straordinaria di Camigliatello Silano, piccola frazione del comune di Spezzano della Sila.

Il Centro visitato è quello adibito all’interno dell’ex Hotel “La Fenice”, gestito da A.N.I.MED. (Associazione Nazionale Interculturale Mediterranea). Al suo interno vengono ospitati circa 170 persone, tra cui 8 donne e, probabilmente, 8 minori (secondo quanto segnalatoci da un consigliere comunale): 50 sono state trasferite da un B&B, sempre all’interno del territorio di Camigliatello, in cui, poco meno di un mese fa, era stato aperto un CAS; 30 richiedenti asilo curdi, pakistani e afghani che nelle giornate comprese tra la fine di giugno e gli inizi di luglio avevano protestato davanti alla Prefettura di Cosenza; gli altri, a più riprese, sono stati trasferiti direttamente dagli innumerevoli sbarchi che si stanno susseguendo sulle coste calabresi e siciliane.

Poco meno di un mese fa, il 25 giugno, alcuni di noi, proprio all’interno di quel B&B in cui era stato precedentemente aperto il CAS in questione, incontrarono la presidente della citata A.N.I.MED., Cinzia Falcone, la quale non fece mistero del fatto che aspettasse la nostra visita. In quell’occasione, a 10 giorni dalla sua apertura, raccontò di una gestione del centro a dir poco perfetta. Mostrò le dispense zeppe di fette biscottate, creme, saponi, detersivi, perfettamente ordinati, e gli scatoloni, appena arrivati, pieni di infradito da mare da distribuire ai ragazzi ospiti, che loro stessi comprarono su internet. Raccontò di un menu settimanale, portato al centro dal ristorante “Il Nibbio”, che venne fatto redigere agli stessi migranti, di un welcome bag (kit di prima accoglienza) consegnato a tutti gli ospiti, così come 8 schede telefoniche per le chiamate internazionali, e di un punto internet sempre a loro disposizione all’interno della cucina. Raccontò ancora di tutti gli iter relativi ai controlli sanitari e al rilascio del permesso di soggiorno temporaneo che, secondo quanto riferito, erano già tutti avviati, ma per i quali attendevano risposte da parte dell’ASP di Castrovillari e della Prefettura. Intanto, ci tenne a sottolineare, alcuni migranti avevano richiesto dei test sanitari “preventivi”, e, i prelievi fatti all’interno del centro stesso, erano stati pagati dai gestori. Il pocket-money dovuto, ci disse, era stato distribuito a tutti gli ospiti e il martedì della settimana seguente sarebbero iniziati i corsi di italiano all’interno dell’oratorio del paese. Totalmente diverse furono, invece, le nostre impressioni e, soprattutto, la versione dei ragazzi ospitati.

Dopo circa un mese, dunque, per la gioia di chi guadagna su ogni singola persona al suo interno, il Centro di Accoglienza in questione si è miracolosamente ingrandito, tanto da aver spostato la sua locazione in una struttura alberghiera in disuso.

Dopo circa un mese, però, la situazione al’interno del CAS si è notevolmente aggravata. Appena arrivati al centro abbiamo trovato vecchi e nuovi amici, costretti a vivere in uno dei nuovi lager della nostra epoca. Appena arrivati lì abbiamo avuto modo di percepire tutta la loro rabbia e preoccupazione per la loro condizione attuale e per l’impossibilità di immaginarne una futura. Appena arrivati abbiamo, per l’ennesima volta, percepito la superficialità e l’indifferenza con cui gli enti competenti e i privati affidatari trattano le tante vite umane che si ritrovano a gestire, considerate nulla più che numeri dagli uni e, soprattutto, fonte di ricchezza dagli altri.

Quindi, decaduta l’attenuante relativa alla fase di assestamento iniziale, con cui si era più volte giustificata la gestrice del centro durante il nostro primo incontro, ci chiediamo perché, dopo un mese dal loro arrivo, gran parte degli ospiti del centro, così come ci raccontano loro stessi, e sicuramente tutti i 50 che prima erano nel B&B, (e per i quali, a detta della stessa presidente, erano già state avviate tutte le procedure del caso) non sono neanche in possesso del Modello C3, con cui viene formalizzata la domanda di richiedente protezione internazionale, e che ha la validità di un vero e proprio permesso di soggiorno temporaneo? E come mai ancora nessuno dei ragazzi ha effettuato gli accertamenti sanitari del caso, né risulta, ovviamente, iscritto al Servizio Sanitario Nazionale?

A quale strano impedimento bisogna addebitare il fatto che quello splendido menu che ci è stato presentato un mese prima, ancora oggi non sia neanche lontanamente simile a quello che i ragazzi sono costretti a mangiare ogni giorno: pasta, riso, patate e, una volta a settimana, carne di pollo?

Perché nessuno dei ragazzi, secondo quanto riferitoci dagli stessi, ha avuto ancora un telefono e/o una scheda telefonica e/o la possibilità di accedere ad internet, nonostante le bellissime parole e il bell’angolo organizzato dalla Sig.ra Falcone durante la nostra prima “attesa” visita?

Quella che ci si presenta davanti è, dunque, una situazione a dir poco pessima: molti degli ospiti sono, infatti, costretti a dormire su materassi stesi sul pavimento, senza lenzuola né cuscini; la corrente elettrica all’interno della struttura è assente per molte ore al giorno, garantita solo da un gruppo elettrogeno che, ovviamente non può sostenere il fabbisogno di 170 persone; stessa cosa dicasi per l’inesistente acqua calda. I ragazzi ci mostrano, inoltre, abrasioni e irritazioni cutanee sulle loro gambe lamentando la mancanza di assistenza sanitaria. I fili dell’impianto elettrico, all’interno delle stanze sono scoperti e molti bagni sono privi di rubinetteria; tutti gli abiti che hanno addosso, eccetto le famose ciabatte da mare (FOTO), sono stati donati dalla popolazione locale; il pocket-money non è stato più erogato; per poter mangiare sono costretti a risse quotidiane, in considerazione del fatto che la “sala mensa” del centro ha al suo interno un solo tavolo, dove viene adagiato il vitto. Aggiungono che 30 ragazzi, qualche giorno prima della nostra visita, sono stati trasferiti d’urgenza chissà dove, per aver osato protestare contro la condizione in cui erano costretti a vivere, e precedentemente descritta. Almeno due ragazzi incontrati, infine, riferiscono di essere minorenni ma di essere stati costretti, all’arrivo, a dichiarare un’età anagrafica diversa.

Ad aggravare il tutto è il contesto entro cui si trovano a vivere: il trasferimento di decine e decine di migranti all’interno di un piccolo centro silano, senza un’interlocuzione con le amministrazioni locali, e senza seri programmi di integrazione che passino per la conoscenza dell’altro, porta, inevitabilmente, a timori e malcontenti all’interno di una popolazione che, spesso e volentieri, ignora la grande possibilità di “contaminazione”, e il conseguente arricchimento, che gli viene offerto.

Perché ci fate tutte queste domande? Ci avevano chiesto i richiedenti asilo nel corso della nostra precedente visita. Guardate come viviamo, guardate come siamo ridotti, le nostre cicatrici, i nostri vestiti. Guardate nei nostri occhi. Non avrete bisogno di chiederci altro. Abbiamo guardato! Con l’amara consapevolezza che, ancora una volta, la nostra denuncia verrà accolta con indifferenza da coloro che dovrebbero vigilare affinché condizioni di vita dignitose siano garantite a chi, in fuga da bombe, guerre e tortura ha visto, invece, naufragare le sue speranze di una vita migliore all’interno degli steccati della Fortezza Europa. Del suo egoismo, della sua disumanità!

 

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 GIORNATA MONDIALE DEL RIFUGIATO 2016

“Redemption Song” di Cristina Mantis alle Officine Babilonia di Cosenza

Giovedì 23 giugno alle 19, proiezione del documentario prodotto dalla Lago Film premiato al festival internazionale Visioni dal Mondo

Il 23 giugno alle Officine Babilonia di Cosenza, sarà proiettato “Redemption Song” di Cristina Mantis, un documentario girato tra Guinea, Senegal, Brasile e Italia, che racconta la storia del rifugiato africano Aboubacar Cissoko che, supportato dai suoi amici artisti e dal ricordo vivo di Thomas Sankara, va ad allertare i suoi fratelli in Africa sui rischi dell'emigrazione con l’obiettivo di dare un contributo ad arginare la perdita umana dell'Africa.

Il brano Redemption song di Bob Marley è un inno: alla resistenza; alla resilienza e cioè alla capacità di adattarsi in ambienti ostili; alla lotta per l’emancipazione da una condizioni di subalternità. Per questo dà il titolo e fa da sottofondo al nuovo documentario di Cristina Mantis, la regista calabrese che ha vinto il premio “Rai Cinema” nell’ambito del festival internazionale Visioni dal Mondo 2015 che si è svolto a Milano lo scorso inverno.

Il documentario della regista calabrese – prodotto Lago Film, Movimento Film e Solaria Film - racconta il sogno di redenzione che Cissoko, il protagonista africano, invoca per la sua gente e la sua terra. Cissoko è un profugo di guerra che arriva in Italia provando in prima persona l’estrema precarietà di coloro che fuggono verso l’Europa con il miraggio di una vita migliore. La voglia di contribuire al risveglio della sua gente lo spinge a filmare con una piccola telecamera i risvolti poco allettanti di un mondo occidentale in crisi dove spesso le condizioni dei suoi fratelli sono drammaticamente vicine alla schiavitù. Il suo ritorno in Africa, in Guinea, per proiettare le immagini nelle scuole e nei villaggi, sarà un costante invito alla cessazione dei conflitti interni e all’affrancamento di se stessi e della propria terra. 
Virtualmente accompagnato nel suo viaggio da artisti che rafforzano il sound emotivo e dal ricordo di Thomas Sankara, dal Senegal di Ilee de Gorée, l’isola della tratta, Cissoko parte per il Brasile, per i quilombi, a rendere omaggio ai discendenti degli schiavi che continuano a lottare per i propri diritti e a mantenere vive le loro origini africane, grazie alla loro unione.

«Al di là di questo riconoscimento, spero che il film trasmetta l'urgenza di una riflessione collettiva su come arginare la perdita umana dell'Africa - ha commentato la regista Cristina Mantis. Spero che il suo canto di redenzione venga ascoltato».

«C’è bisogno di una presa di coscienza – ha detto il protagonista, Cissoko Aboubacar – da ambo le parti: perché l’Europa ha un problema se l'Africa si svuota inseguendo il falso mito dell’Occidente ricco. La terra d’Africa, meravigliosa, contiene in sé tutte le risorse che noi africani, uniti, possiamo far fruttare, ma è necessario prima liberare le nostre menti, giungendo ad una nuova presa di coscienza. E se i paesi europei vogliono  davvero aiutarci – dice – smettano di inviarci armi e ci diano trattori, e la possibilità di raggiungere l’autosufficienza alimentare. Africa ed Europa devono unirsi per salvare i ragazzi africani che muoiono notte e giorno».

Il documentario di 64 minuti è stato coprodotto dalla giovane casa di produzione cinematografica di Cosenza, la Lago Film, che lo ha realizzato insieme alla Solaria Film, ed è distribuito dalla Movimento Film.

Il premio dimostra che il cinema ha bisogno più di buone idee, di buone storie e produttori motivati che di grandi strutture produttive e budget milionari. 
«Questo riconoscimento – ha dichiarato Alessandro Gordano della Lago – ci ripaga di tre anni di sforzi, fatti nella ristrettezza delle risorse economiche disponibili e ci dà ragione a voler raccontare un tema, quello delle migrazioni, che è ancora tutto da raccontare».

Prima della proiezione del fil, alle 17.00, ci sarà l’apertura della mostra “Copoeira Quilambola” a cura di Agnese Ricchi. A seguire lo spettacolo “Roda de capoeira” a cura del gruppo di Capoeira Senzala di Cosenza.
Dopo il film e la discussione con gli autori, si aprirà l’aperitivo etnico. 
Alle 22, infine, si terrà il concerto dei Kidida, gruppo di musica Etnica, reggae e world music che hanno partecipato alla colonna sonora del film.

IL SERVIZIO (LIBERAMENTE PUBBLICABILE)

https://www.youtube.com/watch?v=iQoHm53AfhM

 

Per info:

OFFICINE BABILONIA

Viale Mancini - 87100 – Cosenza
http://www.officinebabilonia.org 
https://www.facebook.com/officine.babilonia

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La città in Comune: proposte per un Welfare inclusivo

Giovedì 19 Maggio, ore 17.30, nelle Officine Babilonia di Viale Mancini (ex Officine FDC zona Stella Cometa) Mimmo Lucano, sindaco di Riace, Piero Fantozzi, docente dell’Università della Calabria e Valerio Formisani dell’Ambulatorio Medico Auser di Cosenza.

La presenza di Lucano è un elemento di grande interesse per il mondo del volontariato e dell’associazionismo. La sua storia che ha fatto già il giro del globo è straordinaria: sindaco al terzo mandato di un piccolo paese calabrese di poco più di duemila abitanti, ha posto l’accoglienza dei migranti come priorità, tanto che un quarto dei suoi concittadini non sono nati in Calabria, ma in Afghanistan, Mali, Senegal.  Questa scelta controcorrente ha fatto sì, come molti ricorderanno, che il suo nome compaia al 40esimo posto della classifica delle persone più influenti al mondo della rivista Fortune, fianco a fianco con Angela Merkel, Papa Francesco e l'ad di Apple, Tim Cook.  Unico Italiano fra i 50 personaggi, che tra l’altro non haincarichi di governo, né è a capo di una grande azienda.

A moderare il dibattito saranno Luigi Ferraro – Auser Cosenza e Enza Papa – Ass. La Kasbah.

A seguire, musiche dal mondo, videoproiezioni, cucina etnica.

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VISITA CAS DI LONGOBARDI

Longobardi 06.02.2016 – Campagna LasciateCIEntrare

Luca Mannarino (attivista), Emilia Corea (Ass. La Kasbah), Yasmine Accardo (Ass. Garibaldi 101)

Il 06 febbraio scorso abbiamo fatto visita al Centro di Accoglienza per richiedenti asilo politico di Longobardi, presso l’Hotel Gaudio. In tutte le visite effettuate nei vari CAS della Calabria, lo abbiamo più volte sottolineato, abbiamo conosciuto contesti in cui ciò che dovrebbe essere ordinario diventa straordinario e viceversa, situazioni in cui costantemente, e consapevolmente, i diritti basilari dell’essere umano vengono calpestati. Per questo motivo, quello che rileviamo all’interno del CAS di Longobardi ci lascia totalmente, e piacevolmente, spiazzati.

Al suo interno si respira un’aria di serenità, mai avvertita prima nel corso delle nostre visite all’interno dei CAS calabresi. Tutti i ragazzi con cui parliamo non si lamentano di nulla, se non degli esiti negativi della Commissione Territoriale che deve decidere sull’accettazione delle loro richieste di asilo e della mancanza di un lavoro.

All’interno del centro vi sono circa 120 migranti provenienti da Mali, Nigeria, Somalia, Gambia e Senegal tra uomini e donne. Al nostro arrivo incontriamo subito un mediatore culturale che ci invita ad entrare e ci fa parlare liberamente con i ragazzi. Avviciniamo un ragazzo senegalese che è qui da due anni, ha già ricevuto l’esito (negativo) della Commissione ed è in fase di ricorso. Chiediamo se siano previsti corsi di Italiano. Racconta che mentre prima i corsi venivano effettuati all’interno del centro, ora si svolgono a Paola: è iscritto in una scuola che frequenta ogni giorno. “La scuola è importante e l’insegnante è gentile. E’ un CPIA, quindi avrò un attestato di scuola media, che mi potrà essere utile.“ Sottolinea, tuttavia, che non è mai stato seguito da un legale per preparare la Commissione, ha solo poi firmato la “carta del ricorso”, una volta ricevuto il diniego.

Passano nel frattempo diversi migranti perché è ora di pranzo. “Ci siamo messi d’accordo con loro in modo che mangino ciò che preferiscono”, ci dice il mediatore. Un ragazzo ci offre un tè da lui preparato, e lo accettiamo volentieri.

Con loro continuiamo a parlare della situazione del centro e ci raccontano che al loro arrivo hanno ricevuto quel che d’appalto devono avere: kit all’entrata (vestiario, materiale per l’igiene personale, scheda telefonica) ed indumenti e scarpe per il cambio stagione. Ci dicono che i pocket-money vengono erogati ogni mese, che vengono accompagnati ad effettuare una visita medica al loro arrivo e i medicinali, in caso di bisogno, vengono forniti prontamente. Il mediatore ci conferma, tra l’altro, che un’associazione di Paola li sostiene per quanto concerne le questioni medico-sanitarie.

Incontriamo, quindi, il gestore Antonio Gaudio, che ci mostra uno degli appartamenti in cui alloggiano i migranti. Si tratta di casette a due piani dove un migrante, al momento della visita,  sta dormendo al di sotto della scala che porta al secondo piano: un modo per aumentare il numero di persone che possono essere accolte. In ogni appartamento ci sono 4 persone. Sono appartamenti decorosi, rispetto ai tanti che abbiamo visto durante le nostre visite nei CAS calabresi.

“Quando ho cominciato ad occuparmi di accoglienza non ne sapevo nulla, poi con il tempo ho imparato” – ci dice – “Certo sarebbe bene poter avere maggiori informazioni. E più dettagli, che possano fare in modo che i migranti abbiano sempre un’informazione corretta e non perdano delle opportunità. Anche lavorative. Per esempio io non capisco bene questa cosa della possibilità di fare contratti anche se hanno un permesso di attesa commissione. E’ possibile no?”

Il gestore ci racconta che si è trovato anche in situazioni in cui la Prefettura mandava persone in esubero che lui si rifiutava di accogliere, “perché comunque per me una persona va accolta in maniera dignitosa. Non possono mandarmi un numero di persone a casaccio solo perché non sono in grado di trovare un posto!”.

Lo stesso Gaudio si è messo in contatto negli ultimi tempi con alcune realtà locali per favorire processi di inclusione sociale. Una cosa che ascoltiamo, ovviamente, con piacere, ricordando però che “le attività tese a favorire l’inclusione sociale” sono previste dall’appalto, e quindi il gestore è tenuto a fare in modo che vengano messi in moto processi siffatti, magari coordinandosi con gli enti locali. Eppure sono tutti elementi assenti nella stragrande maggioranza dei centri di accoglienza per migranti, che si trasformano semplicemente in dormitori o luoghi ghetto.

Ancora una volta, dunque, siamo costretti a constatare che l’accoglienza siffatta è del tutto affidata alla sensibilità delle persone che gestiscono i centri, e non all’efficacia del sistema.

Un sistema che, trincerandosi dietro la solita e infondata logica dell’emergenzialità, non esita ad affidare l’accoglienza di centinaia di migliaia di vite già segnate dai traumi della propria esperienza migratoria a persone senza nessuna esperienza o inclinazione particolare in questo ambito: l’unico requisito utile è quello relativo alla disponibilità dei posti. E anche qualora ci si trovasse di fronte ad una persona virtuosa, la stessa non viene adeguatamente formata e informata su come poter attuare pratiche che permettano finalmente di ottenere i più elementari diritti umani senza che questo appaia come la più sorprendente delle concessioni.

Un sistema che permette che l’importante e delicata attività dell’assistenza legale venga affidata ad avvocati spesso e volentieri incompetenti e/o senza la benché minima volontà di andare oltre l’ottenimento del gratuito patrocinio. E così accade che la stragrande maggioranza delle richieste di asilo vengano diniegate dalle competenti Commissioni territoriali. La preparazione alla Commissione non è infatti dettaglio di poco conto: si tratta di recuperare certificazioni utili al richiedente per dimostrare la veridicità di quanto dichiarato, ascoltare la storia del migrante che molte volte non è pienamente consapevole di cosa è davvero importante e cosa non lo è, aiutarlo a ricostruire il proprio vissuto, troppo spesso compromesso da traumi difficilmente collocabili e/o descrivibili. Fin troppe volte le risposte delle Commissioni recitano “la storia non è verosimile o il richiedente non presenta elementi sufficienti a verificare quanto dichiarato”. Una situazione che permette di lasciare persone che avrebbero magari diritto già ad un permesso nel limbo dell’attesa, o, peggio, di un mancato documento e quindi ad una presenza irregolare sul territorio, condannandolo allo sfruttamento lavorativo e all’illegalità.

Crediamo che l’accoglienza debba essere molto più che un bel posto ed un piatto caldo, così come regolamentato dalle norme relative ai richiedenti asilo politico, che debba necessariamente coinvolgere le comunità locali, tanto da far sì che la presenza di persone nuove, possa davvero trasformarsi in una possibilità di crescita e di contaminazione culturale per gli stessi e per le comunità che li accolgono. 

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ALL'OMBRA DEI DIRITTI

Campagna LasciateCIEntrare – 29.03.16 - Delegazione composta da Emilia Corea (Ass. la Kasbah), Luca Mannarino (attivista), Eugenio Naccarato (Responsabile Amnesty International-Circoscrizione Calabria), Yasmine Accardo (LasciateCIEntrare).

Accompagnati dall'On. Nicola Morra (Senatore della Repubblica).

In data 25 marzo 2016 ci siamo recati, in qualità di referenti della Campagna “LasciateCIEntrare”, presso il centro di accoglienza straordinaria per i migranti di Feroleto.

Li incontriamo lungo la Strada Provinciale 85, come in processione. Si trascinano stanchi ai bordi della strada a scorrimento veloce, incuranti delle macchine che sfrecciano a pochi centimetri da loro, quasi tutti in ciabatte e con addosso vestiti logori assolutamente inadeguati a proteggerli dalle intemperie. All’arrivo chiediamo di poter parlare con i migranti “ospiti” del centro, ma il gestore, Salvatore Lucchino, ci nega l’autorizzazione ad entrare e ci riceve nell’ufficio, adiacente alla struttura. Afferma che i migranti ospiti del centro, 115 ci dicono, godono di un’ottima accoglienza dal punto di vista materiale. Aggiunge che quasi tutti sono stati diniegati dalla commissione per il riconoscimento dello status di rifugiato, ma che nei loro confronti è stato preparato il ricorso dall’avvocato del centro, Mario Bevilacqua. Ribadisce la puntualità di erogazione del pocket money mensile ai migranti, il possesso da parte di tutti i ragazzi della tessera sanitaria (il medico curante pare essere il Dott. Palmieri) e ci congeda affermando che nel centro gestito da lui tutto funziona alla perfezione.

Totalmente diversa è, invece, la versione dei ragazzi, con i quali ci fermiamo a parlare all’uscita dal centro, lontano da occhi e orecchie indiscreti. Lamentano una serie di disagi legati al mancato rilascio del permesso di soggiorno, in seguito alla presentazione del ricorso avverso alla commissione per il riconoscimento dello status di rifugiato, e alla mancata erogazione del pocket money da oltre quattro mesi. Ci riferiscono, con evidente senso di vergogna, di avere litigato tra di loro spesso per il cibo, in quanto lo stesso risulterebbe essere insufficiente per quelle che sono le loro esigenze. Ci colpisce, in particolar modo, l’abbigliamento di un ragazzo incontrato lungo la strada provinciale. Indossa ciabatte spaiate, un piede infilato in una ciabatta consumata e l’altro in un infradito di plastica. “We live like slaves, here” ci dicono, “ci vergogniamo a stare sui marciapiedi o davanti ai negozi  per chiedere l’elemosina, nel nostro paese non lo abbiamo mai fatto ma qui siamo costretti dalle circostanze” e ci mostrano un portafogli desolatamente vuoto. Raccontano di avere protestato, due mesi fa, per la mancata corresponsione del pocket-money, e che il gestore in quell’occasione avrebbe chiamato la polizia la quale sarebbe intervenuta per sedare la protesta traendo in arresto quattro migranti. Riferiscono di non essere in possesso della tessera sanitaria e di non ricevere adeguata assistenza medica. Un ragazzo, inoltre, ci racconta, con evidente difficoltà e angoscia, delle vicissitudini da lui vissute nel paese di origine e durante il suo lungo viaggio fino in Italia. Come lui, molti avrebbero, forse, bisogno di un accompagnamento terapeutico al fine di rielaborare e, possibilmente, superare traumi così profondi, ma, come ci riferisce il Lucchino, “nessuno dei ragazzi ha di questi problemi, altrimenti me ne avrebbero parlato: le prime persone con cui si confidano sono i dirigenti”.

In data 29 marzo ci rechiamo nuovamente presso il centro di accoglienza di Feroleto. Anche in questa occasione il gestore ci fa accomodare nel suo ufficio, chiedendoci il motivo delle nostre ripetute visite. Ancora una volta si mostra disponibile a rispondere alle nostre domande, risposte che però non trovano conferma nelle dichiarazioni dei migranti. Ci riferisce che non viene erogato un contributo per il vestiario - “la Prefettura di Catanzaro ci ha detto che non bisogna erogare un contributo per i vestiti ma acquistarli direttamente” -, sembra che non ci siano lavatrici all’interno del centro ma che siano in corso i lavori per la costruzione di uno spazio adibito a lavanderia. Nel frattempo il servizio di lavaggio dei vestiti, delle lenzuola, delle coperte viene erogato, solo ogni 15 giorni, da una lavanderia convenzionata. Facciamo notare al gestore del centro che nel corso delle precedenti nostre visite, in giorni e circostanze diversi, si era evidenziata la mancanza di lenzuola sui materassi e l’abbigliamento inadeguato ai freddi invernali di molti “ospiti”. Lucchino riferisce che si tratta di un’abitudine dei migranti quella di dormire senza lenzuola, e di una loro volontà nel vestirsi con infradito e pantaloncini nel mese di marzo. Ci soffermiamo nuovamente a parlare con i migranti all’esterno i quali, però, appaiono timorosi in virtù della presenza del gestore e di numerosi operatori, in particolare del mediatore culturale il quale ci segue ininterrottamente nel nostro giro di visite, intervenendo a difesa della gestione tutte le volte che i migranti provano a esprimere il loro malcontento. La sua volontà di ascoltare i dialoghi tra noi e i ragazzi, viene confermata dalla raccomandazione che rivolge a tutti gli “ospiti” del centro su quanto ci dovessero riferire: “Tuttova bene, gli unici problemi sono legati alla mancanza di alcuni documenti”. Ed è quanto ci raccontano, infatti, tutti gli operatori e i gestori della struttura, compresa la sopraggiunta direttrice Donato, ex dipendente della Prefettura di Catanzaro. Ovviamente, le suddette mancanze, ci riferiscono, sono dovute alla burocrazia e all’inerzia degli enti: lamentano, ad esempio, che, nonostante tutti i ragazzi, a loro dire, avessero ricevuto la tessera sanitaria, l’ASP di Lamezia non ha voluto concedere loro il codice di esenzione del ticket. Un ragazzo, intanto, continua a strofinarsi gli occhi con un fazzoletto nel tentativo di fermarne la lacrimazione, i suoi occhi appaiono particolarmente arrossati, probabilmente per via di una congiuntivite. Riferisce di non avere ricevuto alcuna assistenza medica. Il mediatore interviene affermando che si tratta di una inezia e che quasi tutti soffrono dello stesso problema.

Sembra che nelle ultime settimane, e in seguito alla visita del Senatore Morra e dell’europarlamentare Ferrara, siano iniziati i lavori di ristrutturazione del piano terra della struttura, esattamente degli spazi comuni, i quali risultavano inagibili (così come emerso anche nel corso della visita effettuata dai referenti della campagna LasciateCIEntrare un anno fa). In queste aree un cartello su un muro di accesso alla struttura raccomanda a tutti gli ospiti del centro di essere presenti e puntuali durante la distribuzione dei pasti, pena la non corresponsione del pocket-money.

Il giorno successivo alla nostra visita veniamo a conoscenza del fatto che nei confronti di tre migranti è stato disposto un ordine di allontanamento e di revoca dell’accoglienza, attraverso un documento del tutto privo di valenza legale. Il timore che si tratti di una rappresaglia nei confronti di coloro che avevano manifestato i disagi nel centro è forte.

Nella stessa giornata decidiamo di far visita al centro di accoglienza di Pian del Duca, gestito dalla cooperativa sociale “Malgrado Tutto”.

Anche qui veniamo subito fermati e, dopo un controllo dei nostri documenti e una richiesta telefonica alla Prefettura di Catanzaro, permettono al senatore Morra e al rappresentante regionale di Amnesty International, avv. Eugenio Naccarato, di entrare, nonostante il presidente della cooperativa, Raffaello Conte, pare non avesse problemi nel far entrare tutti i presenti.

Conte accompagna i due delegati all’interno della struttura senza nascondere alcuna preoccupazione vergogna per le condizioni del Centro, senza vietare riprese e/o foto, addirittura mostrando con modi arroganti un atteggiamento prevaricatore nei confronti dei ragazzi ospitati nella struttura.

E così, durante la visita all’interno del centro, parimenti a quanto osservato nelle visite effettuate negli anni precedenti, abbiamo rilevato la presenza di stanze, molte chiuse solo da una tenda, con 8-10 letti sistemati alla meno peggio, in evidente sovraffollamento e in condizioni igieniche a dir poco disumane, così come anche i bagni del primo livello, alcuni otturati con escrementi che galleggiavano e invadevano anche parte della pavimentazione, e le docce in comune, con chiari segni di muffa intorno alle mattonelle e alla base delle stesse.

I ragazzi ci riferiscono che non è stato dato loro alcun capo di abbigliamento, ma che ognuno ha dovuto provvedere all’acquisto degli indumenti attraverso l’utilizzo del già misero pocket-money. Proprio riguardo al pocket money, diversi ragazzi all'arrivo del rappresentante di Amnesty e del Senatore, nonostante la presenza degli operatori e di Raffaello Conte, visivamente segnati ed esasperati, segnalano la mancata erogazione da almeno tre mesi del piccolo contributo.

Ed ancora, la corrente elettrica, ci dicono, non viene erogata in maniera continua, ma solo nella seconda parte della giornata. Circostanza, peraltro, riscontrata dallo stesso comportamento tenuto da Raffaello Conte, alla nostra presenza nel mentre ci mostrava la sala cucina, laddove ad alcuni operatori presenti nella sala ricordava loro, non proprio in modo garbato, di tenere spente le luci. In ordine al cibo, nonostante l'ampia sala per il pranzo e i locali cucina, diversi ospiti ci riferiscono di mangiare male e poco, e addirittura senza posate. D'altronde, il riscontro che ci siano criticità anche in ordine ai pasti lo abbiamo avuto visitando alcune stanze, all'interno delle quali i ragazzi attraverso fornellini di fortuna, con gravi rischi sulla loro salute e incolumità, tentano di cucinarsi da soli il cibo.

Molti ragazzi (in tutto sarebbero circa 250, secondo quanto comunicatoci da Conte) sono stati diniegati dalla commissione territoriale di competenza e nessuno di loro sa come e se si stia svolgendo il ricorso presentato dall’avvocato della struttura.

Tutti coloro che incontriamo ci chiedono di aiutarli ad uscire da quel luogo al più presto, denunciando le condizioni in cui vengono costretti a vivere.

E’ doveroso ricordare che la cooperativa Malgrado Tutto ha ottenuto l’affidamento in comodato d’uso per 99 anni del terreno su cui sorge il centro di accoglienza, e che, quindi, la stessa cooperativa ha gestito fino al 2012 quello che è stato più volte definito il CIE peggiore d’Italia (2004, Medici Senza Frontiere 2010, Medici per i Diritti Umani 2012), in cui sono state rilevate pratiche disumane nel trattamento degli “ospiti” presenti. Al suo interno si sono verificati due casi di suicidio, ripetuti atti di autolesionismo e numerosi tentativi di fuga e di protesta, mentre un diciottenne ha subito la rottura del midollo con conseguente paralisi totale e permanente degli arti. L’Osservatorio calabrese sui CPT, nel 2004, presentò un esposto alla Procura della Republica in seguito al quale si aprì un fascicolo: le ispezioni dei carabinieri accertarono che all’interno del centro non venivano forniti i servizi minimi di assistenza. Il fascicolo fu, poi, archiviato.

http://www.meltingpot.org/All-ombra-dei-diritti-LasciateCIEntrare-visita-il-centro-di#.VwY32uaDMl0

http://www.calabrianews.it/referenti-della-campagna-lasciatecientrare-entrano-nei-centri-accoglienza-feroleto-lamezia-terme/

http://www.lameziaterme.it/2016/04/06/i-referenti-della-campagna-lasciatecientrare-visita-il-centro-di-accoglienza-per-i-migranti-di-feroleto-e-lamezia/

http://247.libero.it/focus/25724939/34696/campagna-lasciatecientrare-visita-nel-centro-di-feroleto/

http://www.lametino.it/Ultimora/il-servizio-della-rai-sulla-situazione-al-centro-d-accoglienza-della-malgrado-tutto-video.html

http://altralamezia.org/2016/04/06/allombra-dei-diritti-lasciatecientrare-visita-i-centri-di-accoglienza-straordinaria-per-i-migranti-di-feroleto-e-di-lamezia/

http://www.quicosenza.it/news/calabria/84529-linferno-dei-migranti-calabria-gestori-tuttappo-allinterno-degrado

http://www.lametino.it/Ultimora/i-sopralluoghi-di-lasciatecientrare-e-del-senatore-morra-nei-cas-del-lametino.html

http://www.corrieredellacalabria.it/index.php/cronaca/item/44899-se-questa-%C3%A8-accoglienza

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ESITO DI LABORATORIO

 

FLYER SPETTACOLO DI TEATRO SOCIALE "SE SON ROSE..."

 

FLYER SPETTACOLO DI CIRCO SOCIALE "IN ALTO MARE"

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"...DOVE IL SOLE DEL BUON DIO NON DA I SUOI RAGGI"

Delagazione costituita da: Emilia Corea (Ass. La Kasbah), Luca Mannarino (attivista), Eugenio Naccarato (Amnesty International), Yasmine Accardo (Garibaldi 101)

SETTEMBRE 2015 - Ci siamo recati presso il C.A.S. di Pedivigliano (CS), gestito dalla Cooperativa Sociale Calabria Assistenza Onlus di Angelo Barbiero. Il centro, attivo dal mese di giugno 2015 per affido diretto in seguito ad “emergenza” sbarchi da parte della Prefettura di Cosenza, ospita attualmente 25 persone richiedenti asilo di nazionalità nigeriana. […] Secondo quanto riferito dagli stessi, vengono accompagnati all’ospedale solo nei casi urgenti, non risultano essere stati iscritti al S.S.N. né è garantita loro l’assistenza medica di base o psicologica. […] Il responsabile dichiara che nel centro operano tre volontari appartenenti ad un’associazione locale. […] Non sono presenti mediatori culturali né operatori legali. […] Le persone intervistate lamentano la mancata distribuzione di vestiario, fatta eccezione per donazioni sporadiche da parte della chiesa o degli abitanti di Pedivigliano. […] Lamentano, inoltre, la mancanza di acqua calda e il guasto di alcuni servizi igienici. […] S. ci chiede di avvicinarci a lei ed in privato ci supplica di portarla via. Un mese fa ha dichiarato al gestore di avere 16 anni, così come lo stesso conferma. Risulta, inoltre, che la polizia è al corrente del fatto che la ragazza sia minorenne, secondo quanto riferito dal gestore e confermato in seguito dalla Garante per i Diritti dei Minori, Onorevole M. Intrieri, alla quale abbiamo tempestivamente comunicato la gravità della situazione. […]

OTTOBRE 2015 – […] Nulla è cambiato nel corso di questo mese. Tutti loro denunciano le pessime condizioni di vita all’interno del centro. I vestiti a loro disposizione sono quelli donati dalla gente del paese e dalla parrocchia, […]. I riscaldamenti non funzionano, […] non sempre il cibo a disposizione è sufficiente. […] Nessuno di loro è stato iscritto al Servizio Sanitario Nazionale, alcuni sono in possesso del solo codice STP per l’assistenza di tipo emergenziale. Un ragazzo, gravemente malato, mostra i referti dell’ospedale. Dimesso qualche giorno dopo la visita, a settembre avrebbe dovuto effettuare un importante controllo medico in ospedale a distanza di dieci giorni, controllo mai effettuato. […] nessun farmaco viene somministrato loro. Alla domanda “quanti sono gli operatori della struttura?”, rispondono “solo uno, un volontario”. Dunque, una sola persona, per l’assistenza sanitaria, l’orientamento legale, gli accompagnamenti, la spesa, il disbrigo delle pratiche burocratiche, etc.. […]

FEBBRAIO 2016 – Abbiamo voluto riportare due stralci significativi dei precedenti report fatti durante le nostre visite al CAS di Pedivigliano. Come si può ben notare sono praticamente identici (ad eccezione della presenza della minore che, intanto, è stata spostata in un istituto religioso di Cosenza): in entrambi, riportando quanto comunicato dalle persone “accolte” lì dentro, viene riferito il pessimo trattamento loro riservato, il totale disprezzo della dignità umana, e l’assoluta mancanza di rispetto dei più elementari diritti umani. In seguito alle due precedenti visite sono state inviate al Prefetto di Cosenza due conseguenti segnalazioni della situazione all’interno della struttura. Ci aspettavamo, dunque, di trovare qualcosa di diverso durante la nostra visita effettuata lo scorso 5 febbraio; speravamo in una “redenzione” dei gestori del centro, o in un cambio di gestione, o, meglio ancora, nella chiusura dell’ennesimo non luogo dell’accoglienza perché potesse lasciare il posto a reali forme di coabitazione e contaminazione culturale.

Ma, evidentemente, siamo degli utopisti, dei sognatori, che troppo in là si sono spinti con le loro fantasticherie. Come si può, infatti, minimamente pensare che la quantità di cibo si sia adeguata al normale consumo di 19 persone; come si può pretendere che nella struttura siano presenti mediatori culturali, psicologi, assistenti sociali (al nostro arrivo abbiamo trovato un unico “operatore” che ha subito allertato il titolare); attraverso quale fantasiosa ricostruzione si è potuto immaginare che gli ospiti della struttura avessero ricevuto assistenza medica (ancora nessuno risulta iscritto al S.S.N.).

Al nostro arrivo il titolare della struttura, sopraggiunto dopo la telefonata informativa della nostra presenza, si è “prodigato ad accoglierci” intimandoci di allontanarci perché sprovvisti di “un mandato da parte del giudice” (CSI docet). Spostatici immediatamente all’esterno della struttura i ragazzi, palesando tutti i timori relativi a probabili ritorsioni nei loro confronti da parte del gestore (così come successo dopo la nostra prima visita in seguito alla quale vennero lasciati senza cibo per giorni), ci spiegano l’immutata condizione in cui sono costretti a vivere. Molti sono stati denegati dalla commissione per il riconoscimento dello status di rifugiato: solo qualche giorno fa, dopo settimane di stallo, la struttura ha contattato un avvocato lametino perché i richiedenti potessero presentare i relativi ricorsi. Hanno palesato più volte la loro volontà di ottenere la residenza per trovare lavoro, o anche per trovare una sistemazione abitativa alternativa; ma anche questo diritto è stato loro negato. Insomma, nulla è cambiato nel corso di questi mesi; i migranti continuano ad essere parcheggiati all’interno di quel “non luogo” che risponde al nome di “Villa Barbiero”; persone che reclamano a più riprese un’assistenza sanitaria, ragazzi che chiedono costantemente di essere trasferiti altrove, uomini la cui memoria è attraversata da vicende di violenza politica, repressione, soprusi e povertà.

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APERTURA NUOVA SEDE EQUIPE MULTIDISCIPLINARE

 

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REPORT CAS CONFLENTI

Campagna LasciateCIEntrare – 05.02.16 - Delegazione composta da Luca Mannarino (attivista), Yasmine Accardo (Ass. Garibaldi 101), Eugenio Naccarato (Amnesty International), Emilia Corea (Ass. la Kasbah)

Conflenti è un piccolissimo comune del catanzarese ubicato sui fianchi del monte Reventino. Una strada lunga e tortuosa porta fino al paese dove all’arrivo abbiamo incontrato una processione di migranti carichi di bottiglie e fiaschi di acqua raccolta alla fonte principale, ed è qui che abbiamo incrociato i profondi occhi neri di P., una minore di tre anni in braccio al suo papà la quale ci guarda con un misto di curiosità e di timore prima di regalarci uno splendido sorriso. La piccola respira a fatica, gli occhietti lucidi testimoniano lo stato influenzale, così come ci conferma più tardi il padre. 

È nel Centro di Accoglienza Straordinaria di Conflenti che il 15 aprile del 2015 sono stati trasferiti oltre 30 migranti di nazionalità nigeriana, ghanese, maliana. Le due strutture in cui gli ospiti sono “accolti” sono di proprietà dell’ASL e del comune, secondo quanto riferito da un operatore del centro. La gestione, ci dice, è stata affidata alla cooperativa “Malgrado Tutto”, tristemente nota per avere gestito fino al 2012 quello che è stato definito da più parti il Cie peggiore di Italia (quello di Lamezia Terme), chiuso definitivamente in seguito a ripetute denunce, ultima in ordine temporale quella di MEDU (Medici per ii Diritti Umani) che, durante una visita all’interno, aveva denunciato una serie di gravi criticità, tali da renderlo del tutto inadeguato a garantire una permanenza dignitosa dei migranti trattenuti.

E così, la “Malgrado Tutto”, secondo quanto riferitoci dall’operatore che incontriamo, alla ricerca di una realtà locale che potesse gestire fattivamente il centro per proprio conto, ha contattato la sedicente ONLUS “Amici per la pelle”, di cui pochi in paese hanno sentito parlare.

Attualmente, nello stabile di proprietà dell’A.S.L. (ex casa-famiglia) sono ospitate 21 persone, tra cui due minori, la piccola P. e un ragazzo di 17 anni: in tutto i minori incontrati all’interno di entrambe le strutture sono 4, in barba a tutte le convenzioni e regolamenti europei a tutela dei diritti dei minori (Art. 2, 3, 29, 30, 31, 37 della Costituzione; Convenzione ONU sui diritti del fanciullo 1989; Direttiva 2003/9/CE del Consiglio dell’Unione europea del 27 gennaio 2003;Art. 403 del Codice Civile; T.U 286/89 e rego. Att. D.P.R. 394/99;D.P.C.M. 535/99; Art. 10 l.n. 184/83). In tale struttura, le camere sono umide e, mentre alcune hanno il bagno all’interno, per 8 persone lavarsi diventa difficile in considerazione della mancanza di una doccia nel bagno comune che devono utilizzare.

La struttura di proprietà del comune, invece, a una decina di metri di distanza, sorge su un mattonificio tuttora funzionante, esponendo le persone accolte nel centro a rischio inalatorio di polveri contenenti silice con gravissime conseguenze per la salute. Secondo quanto riferito dall’operatore con il quale abbiamo parlato, prima dell’apertura della struttura di accoglienza, numerosi controlli sono stati effettuati da A.S.L., Questura, Prefettura, Vigili del Fuoco, Carabinieri. Evidentemente nessuno ha pensato al fatto che un ex centro per l’artigianato, quindi non pensato come struttura residenziale, non potesse essere idoneo all’accoglienza di esseri umani. E così, si sono creati dei piccoli bagni e delle stanze entro cui dormono le 13 persone accolte, senza alcun impianto di riscaldamento. La ONLUS locale, secondo quanto riferito dall’operatore, senza ancora ricevere alcun rimborso dalla “Malgrado Tutto”, ha cercato di rimediare a tale inconveniente comprando delle piccolissime stufe elettriche che risultano assolutamente inutili a riscaldare un ambiente umido e freddo come quello in cui si ritrovano a vivere.

Le persone con le quali abbiamo parlato lamentano, dunque, una serie di mancanze: dall’abbigliamento per proteggersi dal freddo (l’operatore ci conferma che vestiti e coperte sono stati donati dagli abitanti del paese, mentre la “Malgrado Tutto” avrebbe fornito solo il kit di prima accoglienza che include sapone, dentifricio, rasoio, spazzolino, ciabatte etc), alla mancanza dei corsi di italiano, al cibo insufficiente. Ci mostrano le dispense, desolatamente vuote, se non per la presenza di alcuni pacchi di pasta e biscotti del banco alimentare.

All’interno delle strutture mediatore culturale e assistente sociale fanno la loro apparizione solo 2 volte a settimana per un’ora al giorno, racconta ancora l’operatore. Uno psicologo non ha mai varcato la soglia dei due stabili, secondo quanto riferito dai richiedenti asilo e dalla persona con la quale abbiamo parlato. Gli unici che si vedono sono gli operatori dell’associazione “Amici per la pelle” che portano loro il cibo una volta al giorno.

Il pocket-money non viene erogato ormai da 4 mesi ed è stata data loro una sola scheda telefonica di 15 euro per chiamate internazionali al momento dell’arrivo.

La Prefettura pare abbia fatto tre controlli all’interno delle strutture senza, però, ravvisare l’inadeguatezza delle stesse, delle condizioni in cui le persone ospitate vivono e la presenza dei quattro minori di cui abbiamo raccontato (e di cui, riferisce l’operatore sono informati anche O.I.M. e Save the Children).

Tutte le persone ospitate lamentano il senso di abbandono, di solitudine, lo sfinimento di lunghe giornate che si susseguono le une uguali alle altre passate all’ombra di un mattonificio, persone trafitte dal dramma della migrazione forzata, incastrate all’interno di un sistema di protezione che da un lato controlla, regolamenta e decide delle vite dei richiedenti asilo e dall’altro li sottopone a una sofferenza “straordinaria”, confinando la loro quotidianità all’interno di strutture “ombra”, legittimando forme di violenza psicologica, strutturale e istituzionale.

Nell’assurdo contesto appena descritto, l’unico barlume di speranza ci viene offerto dall’intervento dell’On. Intrieri, la quale, dopo la nostra immediata segnalazione, ha fatto in modo che in data 15.02.2016 la piccola P. e suo padre venissero trasferiti nel programma SPRAR di Riace.

leggi l'articolo su Il Corriere della Calabria

leggi l'articolo su Meltingpot 

 

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Catering e migranti: accoglienza straordinaria “in salsa” silana

In principio era l’Emergenza Nord-Africa. Il C.A.R.A. di località “Manche”, a Rogliano, aperto all’interno dell’ex albergo “La Calavrisella”, e gestito per oltre due anni dalla Cooperativa reggina “Le Rasole” (più volte al centro delle proteste da parte dei migranti e degli attivisti per la difesa dei diritti umani) aveva chiuso i battenti nel 2013. Un’emergenza pianificata, grazie alla quale uno dei più discussi centri di potere degli ultimi anni, la Protezione Civile, in crisi di credibilità dopo le numerose inchieste per corruzione e sperpero di denaro pubblico, era tornata in auge per sancire in tal modo, sul piano simbolico, la percezione del fenomeno migratorio come catastrofe emergenziale e per inaugurare un modello di "accoglienza respingente" gestito nel caos più assoluto, che aveva dato vita ad una serie di truffe e raggiri in quasi tutte le regioni italiane. Si era conclusa, dunque, una fase di accoglienza emergenziale, durata 22 mesi.

Il mese di dicembre dello scorso anno, la struttura è stata riaperta per l’”accoglienza” dei migranti all’interno dei cosiddetti C.A.S (Centri di Accoglienza Straordinaria), fulgidi esempi di quell’accoglienza che si vuole emergenziale, dove succede che lo straordinario diventa ordinario, e dove succede il contrario: parcheggi in cui le persone vivono in una dimensione di indeterminatezza e di servizi scarsi e inesistenti, e in cui l’ottenimento dei più elementari diritti umani appare la più sorprendente delle concessioni. In aggiunta, tali posti vengono aperti dalle Prefetture per lo più in aree demaniali dismesse o all’interno di edifici privati (ex alberghi, ex ristoranti, ex discoteche, etc.) lontani dai centri abitati. Un isolamento spaziale, che non è di certo casuale, rende difficile l’incontro tra i migranti e la popolazione locale la quale, spesso, guarda con sospetto il “concentramento” di grandi numeri all’interno di tali strutture ma, allo stesso tempo, si sente rassicurata dalla loro segregazione fuori dai centri abitati, fuori dal “decoro urbano”. Non c’è, dunque, nulla da umanizzare in un istituto giuridico che fonda la propria ragione di essere sulla straordinarietà, sull’emergenzialità. L’accoglienza fornita nei CAS è riconducibile alle convenzioni tra privati/cooperative e prefettura. L’unico requisito è quello relativo alla disponibilità dei posti. Poco importa che chi si occuperà di accogliere le persone richiedenti asilo non abbia nessuna esperienza o inclinazione particolare in questo ambito.

E così è successo che nel caso del CAS di Rogliano, la gestione sia stata affidata a una ditta che si occupa di fornitura di pasti. Potrebbe risultare facile l’equazione: migranti=business! Ma tant’è.

La gestione del Centro di Accoglienza Straordinaria di Rogliano è stata, dunque, assegnata dal Prefetto di Cosenza a un’azienda lametina di catering e ristorazione collettiva, la GEMES S.r.l.. La struttura, tuttavia, soprattutto se paragonata a tutti gli altri CAS presenti nella provincia di Cosenza, appare in buono stato, anche se nessuna convenzione di affido è stata, ad oggi, firmata. Attualmente la struttura ospita 15 uomini e 17 donne, provenienti dalla Nigeria e dalla Somalia. Molti i richiedenti asilo ospitati precedentemente all’interno del CAS di Spineto, chiuso lo scorso settembre dalla Magistratura (in seguito anche a una denuncia mediatica da parte dell’associazione “La Kasbah”), trasferiti successivamente all’interno del CAS di Amantea (attualmente in fase di “svuotamento” e di chiusura), per essere infine “scaricati” nella struttura situata tra le montagne roglianesi.

Nel giro di un mese ci siamo recati due volte all’interno dell’ex albergo “La Calavrisella” a distanza di qualche settimana dalla sua apertura. Durante la nostra prima visita, l’operatrice responsabile del centro ci aveva palesato le difficoltà derivanti dall’assenza di operatori preposti all’accoglienza di categorie particolarmente vulnerabili e in condizioni di stress fisico e psicologico. In quell’occasione ci eravamo accorti della presenza di una donna nigeriana in stato di gravidanza, sbarcata pochi giorni prima in Italia e subito indirizzata nel CAS di Rogliano. Secondo quanto riferito dall’operatrice, nessun controllo medico era stato fino a quel momento effettuato.

Siamo ritornati nel centro pochi giorni fa. Siamo stati invitati a entrare all’interno della struttura dalla responsabile la quale ci ha resi edotti dei cambiamenti verificatisi nelle ultime settimane in merito alla gestione del CAS. Nuovi operatori si sono affiancati alla stessa: mediatore culturale, infermiere, insegnante di lingua italiana, operatore legale. Tuttavia, ad oggi, le persone presenti nel centro non usufruiscono di alcuna forma di assistenza medica, né S.T.P. né iscrizione al S.S.N. Per quanto concerne l’erogazione del pocket-money, le persone intervistate riferiscono che è stato loro erogato pochi giorni prima della nostra visita. Effetti letterecci e vestiti sono stati, secondo quanto riferito dall’operatrice, acquistati all’arrivo delle persone nella struttura. E’ stata loro erogata una sola scheda telefonica per telefonate internazionali, al momento del loro arrivo, ammontante a 15 euro.

La struttura, al momento della visita, a causa di un guasto agli impianti di riscaldamento, era particolarmente fredda, a differenza della nostra prima visita, nonostante all’esterno ci fossero pochissimi gradi.

I migranti presenti all’interno lamentano l’inadeguatezza dei pasti, forniti, ovviamente, dall’azienda di catering alla quale la Prefettura ha affidato la gestione del centro. Raccontano di soffrire molto l’isolamento e il freddo pungente, soprattutto durante la notte. Un ragazzo nigeriano, appare particolarmente prostrato. Riferisce un disagio di tipo psicologico derivante da un vissuto traumatico. L’assistenza psicologica è mancante e ciò costituisce, a nostro avviso, una grave manchevolezza per quanto concerne l’accoglienza di migranti le cui vite sono state segnate dai traumi migratori. Di concerto con lo stesso viene predisposto un incontro presso l’equipe sociosanitaria per l’emersione dei traumi di tortura, a Cosenza.

In conclusione, grazie anche allo sforzo degli operatori al suo interno, possiamo affermare che lo standard di accoglienza sia più elevato dei CAS presenti nella provincia di Cosenza e, finora, monitorati all’interno delle visite effettuate dalla Campagna LasciateCIEntrare. Tuttavia, il giudizio in merito all’accoglienza delle persone all’interno di tali strutture è negativo.

Nei non luoghi dell’accoglienza, a Rogliano così come a Pedivigliano, a Castiglione Cosentino così come ad Amantea, il tempo è scandito dall’inattività. L’isolamento e la segregazione etnica , la concentrazione in un unico centro, la mancanza di contatti con il territorio, l’assenza di percorsi di reale inserimento sociale possono rappresentare fattori generatori o aggravanti di situazioni di stress e di vulnerabilità con conseguenze traumatiche per la psiche. La struttura di Rogliano è isolata e mal collegata con i mezzi di trasporto. In tal modo le persone ospiti del centro finiscono con il rimanere chiuse all’interno di un non luogo avulso dal territorio, in una sorta di limbo in cui le giornate scorrono nell’apatia e nell’attesa dell’esito dell’audizione in commissione che, per quanto riguarda i migranti presenti a Rogliano, si è tradotta nella maggior parte dei casi in un diniego da parte della stessa. La qualità della vita è scadente all’interno di tali centri. Ciò genera malessere, stress, sofferenza psichica.

Non è questo il modello di accoglienza che vogliamo, non vogliamo un’altra “Emergenza Nord-Africa”, non vogliamo un’accoglienza emergenziale che non garantisce il rispetto dei diritti delle persone e continua ad alimentare un sistema di asilo lacunoso, fragile ed inadeguato!

Emilia Corea (Associazione Culturale “La Kasbah”)

Luca Mannarino (attivista)

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DENUNCIA CAS DI PEDIVIGLIANO

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ENNESIMO CASO DI MALACCOGLIENZA

Servizio mandato in onda da TGR Calabria relativo le condizioni in cui versano i migranti all'interno del CAS di Pedivigliano, denunciate da una delegazione della campagna lasciateCIEntrare, composta da Maurizio Alfano, Emilia Corea dell'Associazione La Kasbah e Yasmine Accardo dell'associazione Garibaldi 101

(servizio al minuti 4:03)

Leggi l'articolo pubblicato dal Corriere della Calabria  sul CAS di Pedivigliano

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INCHIESTA SPINETO

Servizio mandato in onda da TGR Calabria relativo al sequestro del CAS "Sant'Anna" di Spineto, a seguito delle denunce mediatiche presentate dall'Associazione La Kasbah 

(servizio in apertura e al minuto 2.09)

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Sequestrato il Cara di Aprigliano

 

La squadra mobile di Cosenza ha messo i sigilli alla struttura di contrada Spineto. Al centro dell'operazione le condizioni igieniche precarie nelle quali sarebbero stati tenuti i profughi. Due gli indagati

leggi l'articolo pubblicato da "Il Corriere della Calabria"

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Chiuso il CAS di Spineto

Servizio mandato in onda da LaCnews24 in seguito al sequestro dell'immobile che ospitava il CAS di Spineto e nei confronti del quale la nostra Associazione aveva già denunciato condizioni di accoglienza disumana.

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LA SILA CHE MALACCOGLIE!

Cosenza, 31 agosto 2015 

Delegazione composta da Emilia Corea, Asef Fazli (Associazione “La Kasbah”)

E’ salato il prezzo da pagare per passare la frontiera della Fortezza Europa: annegamenti in mare, reclusione all’interno dei lager di stato, umiliazioni quotidiane, privazione e negazione dei più elementari diritti. E’ questo l’inferno dei profughi che arrivano in Italia. I “miracolati”, quelli sfuggiti a prigionia e tortura,quelli che non vengono inghiottiti dalle acque, quelli che non finiscono nelle bare di stato, seppelliti nelle fosse comuni di Lampedusa. Benvenuti in Italia: CIE, CARA, CDA, CAS (a breve, hot spot,  hub chiusi, hub aperti) portano nomi diversi, ma sono tutti riconducibili al sistema dell’accoglienza scaturito dalle scelte securitarie adottate dall’Italia.

Il fallimentare piano dell’Emergenza Nord-Africa, conclusosi due anni fa, avrebbe dovuto prescrivere la chiusura di una stagione della vergogna: quella della disumanità e dell’assistenzialismo tipici dell’”accoglienza” da campo-profughi, da posteggio per migliaia di persone che approdano sulle coste mediterranee. La nascita dei C.A.S., un anno fa, si pone, invece,  in continuità con l’operazione precedente. Lo stato italiano continua a spendere milioni di euro in affido diretto ad albergatori, cooperative nate per l’occasione,  strutture in disuso (hotel, ristoranti, agriturismi, caserme), videosorveglianza.  Ancora una volta assistiamo a barbarie e degrado istituzionalizzati. Non servono parcheggi per i migranti in fuga da guerre, carestie, tortura e violenza estrema, ma progetti di cittadinanza e di inclusione fin dal primo arrivo.

Già quattro mesi fa, insieme alle referenti della Campagna LasciateCIEntrare, avevamo avuto modo di visitare il C.A.S. di Spineto – Aprigliano, ai piedi della Sila Grande.  Attualmente ospita 84 richiedenti asilo prevalentemente africani . Si tratta di un ex ristorante dismesso e riadattato a centro di accoglienza straordinaria per migranti, molti dei quali provenienti da Amantea, dall’ex albergo Ninfa Marina, trasferiti di forza nell’entroterra silano in seguito alla protesta dello scorso 8 ottobre per le strade della città. La struttura  è isolata per diversi chilometri dal centro abitato. Sono presenti 14 donne di nazionalità somala e nigeriana, le quali lamentano l’assoluta mancanza di assistenza sanitaria e le pessime condizioni di vita all’interno del centro. La protesta alla quale hanno dato vita quattro giorni fa,  i migranti presenti nella struttura, è scaturita dalla mancata fermata da parte dell’autobus delle Ferrovie della Calabria per consentire ai richiedenti asilo della struttura di arrivare a Cosenza dove avrebbero protestato davanti alla Prefettura per il divieto imposto dai gestori della struttura di effettuare l’iscrizione anagrafica.  Un pretesto conseguente allo stato di abbandono, di isolamento, di passività, di emarginazione spaziale e sociale al quale sono assoggettati i richiedenti asilo di Spineto.  Hanno protestato bloccando il traffico in entrambe le direzioni sulla strada silana con cassonetti e materassi che poi sono stati dati alle fiamme. Già nei giorni precedenti si erano verificati alcuni episodi di discriminazione a bordo dell’autobus che dalle montagne silane porta a Cosenza, alcuni pendolari avevano protestato ad alta voce e con pesanti ingiurie rivolte ai migranti sorpresi a viaggiare senza biglietto. Salvini docet! Anche nel sud di Italia. Poco importa che dietro alla falsa accoglienza di persone scampate all’inferno della guerra, all’arsura del deserto, alla traversata del Mediterraneo si nasconda un enorme business milionario. I centri di assistenza straordinaria rappresentano l’esempio più significativo della gestione del fenomeno immigrazione: inazione, incertezza del futuro, mancanza di spiegazioni, assenza o carenza di servizi essenziali, sospensione temporale che reitera i traumi delle violenze subite durante il viaggio, prigionieri della non accoglienza. Tutto ciò finisce per penalizzare le persone trasformandole in soggetti passivi di decisioni che non riescono a capire. I migranti di Spineto raccontano di sentirsi abbandonati, nessun reale processo di inserimento sociale è stato messo in atto finora nei confronti di queste persone “parcheggiate” in mezzo alle montagne silane. Raccontano che la struttura non riesce a contenere tutti e per questo motivo i gestori della cooperativa “Sant’Anna” hanno portato dei materassi nel vano delle scale dove dormono la maggior parte delle donne.  Una situazione deprimente in cui le persone si trovano a vivere, senza la benché minima tutela dal punto di vista psicologico e legale (le persone intervistate raccontano di essere state diniegate dalla commissione per il riconoscimento dello status di rifugiato ma di non avere mai incontrato l’operatore legale né l’avvocato, né di essere stati informati della possibilità di presentare ricorso). Un ragazzo ha raccontato di soffrire di disturbi di tipo psicologico, di sentire “la testa come una pentola in ebollizione”, implorandoci di portarlo via da quel posto dove continua a pensare giorno e notte al suicidio. Quest’ennesima protesta e le ripetute stragi in mare degli ultimi giorni ripropongono la necessità di modificare totalmente le politiche migratorie degli ultimi venti anni, garantendo libertà di movimento e chiudendo i mega-ghetti di accoglienza che accoglienza non è: si tratta solo di speculazione, emarginazione, negazione di diritti essenziali.

Associazione  “La Kasbah”

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COMUNICATO STAMPA SULLA TENDOPOLI DI VAGLIO LISE

Le organizzazioni e le persone firmatarie del presente comunicato intendono esprimere la loro più viva preoccupazione in merito ai gravi disagi e alle evidenti violazioni di legge osservabili all’interno della tendopoli allestita per la comunità Rom sfollata forzosamente dall’accampamento di Vaglio Lise. In seguito ad una visita effettuata lo scorso 10 luglio 2015 è stato possibile constatare più direttamente, anche mediante la presenza di  medici volontari, le precarie condizioni di vita in cui versa l’intera comunità Rom e , in particolare, le persone in essa più vulnerabili: bambini ed  anziani. Si osservano disagi e problemi di ogni genere, che il caldo torrido di questa estate amplifica ulteriormente.

Per cominciare, nelle tende dell’accampamento è difficile sostare per più di pochi minuti considerata l’elevata temperatura interna, che le rende di fatto inabitabili nelle ore diurne. Se non proteggono dal sole, esse non proteggono neanche dal freddo notturno e dalla pioggia: facilmente si allagano, come già è accaduto. I singoli nuclei familiari, sistemati al loro interno, sono poi separati semplicemente da un lenzuolo, cosa che rende impossibile ogni forma di intimità familiare. Le brandine fornite sono pressoché uguali a quelle che di solito si utilizzano per prendere il sole sulla spiaggia: si tratta di lettucci da campo, inservibili per tutti. Le docce disponibili forniscono per buona parte della giornata solo acqua fredda. I fornelli per la cottura dei cibi sono 14 per 450 persone e funzionano in modo alternato, a motivo della periodica mancanza di corrente elettrica. Nessuna possibilità di installare un frigorifero che permetta la conservazione di alimenti o medicinali specifici. Non stupisce, pertanto, che a fronte di queste condizioni di vita sono tantissimi i casi di bambini affetti da febbre, dissenteria o altre patologie direttamente legate all’assenza di dotazioni minime essenziali. Sembra insomma che la comunità Rom sia stata ‘parcheggiata’ nell’area e sottoposta a quotidiana sorveglianza, in condizioni che fanno a pugni col più elementare rispetto della dignità umana e di fronte alle quali non si esclude di ricorrere legalmente in ogni sede opportuna. Evidentemente si tratta a tutti gli effetti di una soluzione segregante, effettuata su base etnica, in aperto contrasto con la Direttiva UE 2000/43 sulla parità di trattamento.

Si sottolinea inoltre che gli abitanti della tendopoli chiedono da oltre due settimane un incontro urgente con il Sindaco per discutere tali disagi, anche perché nessuno è stato fin qui informato delle operazioni in corso, così come prescrive, invece, il diritto internazionale in materia di sgomberi. Tale richiesta, avanzata da oltre 200 persone, è stata formalmente protocollata presso l’ufficio di gabinetto del Sindaco e tuttavia da oltre due settimane non si è avuto alcun riscontro, mentre la situazione richiede che si intervenga con la massima urgenza, a sostegno soprattutto dei più vulnerabili (cardiopatici, donne incinte, ecc.), che necessiterebbero di un immediato trasferimento al di fuori della tendopoli.

Infine, non è stato comunicato come, e attraverso quali risorse, verrà garantita l’effettiva temporaneità della permanenza nella tendopoli attraverso l’attuazione di adeguate misure di inclusione sociale, la cui assenza non potrà che esacerbare le tensioni all’interno della cittadinanza e la precarietà materiale e sociale che già caratterizza i nuclei famigliari presenti nella tendopoli. E’ giunto invece il momento che ogni ente e ogni realtà agente sul territorio si assuma le responsabilità di propria competenza per garantire il rispetto dei diritti inviolabili della persona tutelati dalle normative vigenti, e per assicurare la necessaria coesione sociale. Auspichiamo in considerazione di ciò che il Sindaco intervenga prontamente, incontrando la comunità Rom e rimediando ai gravissimi inadempimenti fin qui riscontrati.

Sentiero Non Violento, Associazione San Pancrazio, Scuola del Vento, Ercolino Cannizzaro, Lav Romanò, MOCI Cosenza, Ass. La Spiega, Amnesty International Cosenza, Piccole Sorelle di Gesù, Circolo Culturale Popilia, Ambulatorio Senza Confini “A. Grandinetti” - Auser, Ass. La Kasbah.

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 L'ACCOGLIENZA IN ITALIA E IL BUSINESS SUI MIGRANTI

 

Un interessante articolo apparso sul Wall Street Journal del 24 aprile 2014 relativo al sistema di accoglienza in Italia e al business sui migranti emerso dall'inchiesta su Mafia Capitale. Ringraziamo Liam Moloney, giornalista di WSJ, per lo spazio dedicato alle denunce sulla malaccoglienza portate avanti dall'associazione "La Kasbah ONLUS"

http://www.wsj.com/articles/booming-migrant-business-in-italy-comes-under-scrutiny-1429848102

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LA CASA DEI MIGRANTI FESTEGGIA IL NEWROTZ

Il Nawrūz, ma anche - a causa della diversità di pronuncia fra le varie lingue e i vari dialetti – Norouz, è una ricorrenza tradizionale che celebra il nuovo anno e che è festeggiata principalmente in IranAzerbaigianAfghanistanAlbaniaGeorgia, in vari paesi dell'Asia centrale come il Turkmenistan, il Tagikistan, l'Uzbekistan, ilKirghizistan e il Kazakistan, e presso le comunità iraniane in IraqPakistanTurchia.

Ricorre il 21 marzo, venendo di fatto a coincidere con l'equinozio di primavera, e si protrae per  i dieci giorni successivi. Il termine Nawrūz deriva dall'unione di due parole antico-persiane: nava (nuovo) e rəzaŋh (giorno), e significa perciò "nuovo giorno".

È un'importante festa del popolo curdo, presso cui viene considerata un momento di unità nazionale. I festeggiamenti comprendono l'uscita dalle città, per celebrare l'arrivo della primavera, danze e canzoni popolari; durante la notte vengono accesi fuochi nelle campagne, e le feste proseguono fino ad ora tarda. Le donne si vestono solitamente di colori sgargianti, mentre gli uomini sono soliti portare bandiere dipinte di rosso, verde e giallo, i colori del popolo curdo.

Le frasi tipiche pronunciate durante questa occasione sono: "Newroz píroz be!" (felice Newroz!) e "Bijí Newroz!" (che il Newroz duri a lungo!)

 

                                                  Fonte immagine: http://gea-draconia.net/                                                 

Per celebrare questa importante ricorrenza l’Associazione Culturale Multietnica la Kasbah Onlus, insieme agli ospiti del progetto Sprar “Asylon, Cosenza: la città dell’accoglienza” organizza, presso la Casa dei Migranti, il Newroz, invitando l’intera cittadinanza a partecipare.

Programma

Ore 15,00 – laboratorio manuale con i bambini “Come costruire gli aquiloni”

Ore 18,00 – accensione fuoco del Newroz, balli e canti tradizionali

Sede di svolgimento: Casa dei Migranti (ex. Casello cantoniere), C.da Conciostocchi - Rende

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"Là dove c’era un CIE ora c’è un CAS" - LasciateCIEntrare entra ed incontra i migranti nei CAS di Lamezia Terme

Pubblicato Martedì, 24 Marzo 2015 09:20

LasciateCIEntrare entra ed incontra i migranti nei CAS di Lamezia Terme (ex CIE)

e di Feroleto - Calabria

20 febbraio 2015

Delegazione composta da

Yasmine Accardo (Associazione Garibaldi 101), 

Emilia Corea e Fofana Mouctar (Associazione “La Kasbah”)

Là dove c’era un CIE ora c’è un CAS, una delle tante strutture istituite da pochi mesi per l’accoglienza “straordinaria” a richiedenti asilo. Siamo a Lamezia Terme ed alcuni referenti della campagna LasciateCIEntrare, che da anni si occupa di fare luce e informazione e pressione politica sulle “storture” del sistema, visitano il 20 febbraio una delle centinaia, forse migliaia (il Ministero dell’Interno non ha una mappatura “ufficiale”) strutture nelle quali - dietro stipula di una convenzione con la prefettura locale - il gestore si impegna ad erogare un servizio di accoglienza, a fronte di un compenso di 35 euro quotidiane per ciascun migrante. 

Secondo il decreto di assegnazione delle convenzioni CAS poco conta che chi si occuperà dell’accoglienza non abbia alcun tipo di esperienza in questo ambito. Nel caso dell’affido alla cooperativa “Malgrado Tutto” possiamo stare tranquilli, l’esperienza c’è tutta!  L’esperienza derivante dall’avere gestito dal 1999 fino alla fine del 2012 il CIE di Lamezia Terme quello che è stato definito da più parti il CIE peggiore d’Italia. Quello era uno dei cie con il più alto numero di suicidi e di atti autolesionistici. Quello nel quale a un ragazzo di 18 anni è stato spezzato il midollo osseo provocando la paralisi totale e permanente degli arti superiori e inferiori. 

La struttura che la Malgrado Tutto gestisce è isolato su una collina, circondata dagli ulivi, a diversi chilometri dal centro di Lamezia Terme. Non ci sono più le sbarre alte 10 metri, le gabbie nelle quali venivano rinchiuse le persone (quelle apparse nelle foto di un noto mensile pochi mesi prima della chiusura del CIE) sono vuote. Vuoto è anche il posto di polizia. Ma l’aria che si respira è sempre la stessa. Camminare all’interno del recinto nel quale fino a qualche anno fa venivano rinchiusi i migranti come animali allo zoo, provoca una strana sensazione. E le richieste accorate di aiuto che pervengono da parte dei migranti presenti nella struttura sono pressoché le stesse di qualche anno fa. Si sentono abbandonati a se stessi i trecento migranti “ospiti” della struttura, sono “parcheggiati” lì dentro da oltre un anno. 

La struttura, della capienza di 80 posti, ne ospita attualmente all’incirca trecento. Le stanze, le ex celle in cui i migranti venivano rinchiusi fino a qualche anno fa, contengono 8, a volte 9 letti. I bagni sono sporchi, non c’è acqua calda né riscaldamenti. Il cibo è di pessima qualità, ci riferiscono. Molti dei ragazzi indossano solo una felpa e un paio di ciabatte. Gli stessi abiti che avevano addosso nel momento in cui sono arrivati in Italia. Troviamo alcuni di loro visibilmente influenzati e febbricitanti, eppure nessun farmaco è stato fornito loro, secondo quanto ci riferiscono. 

A volte con i soldi del pocket-money provvedono da soli a comprare qualcosa da mangiare. 

Quello che più o meno chiedono insistentemente tutti è perché a distanza di sei mesi non sia stato loro notificato il diniego dello status da parte della Questura, perché non possano usufruire di nessun tipo di assistenza sanitaria, perché la sensazione è che siano “sprovvisti” e gli sia negato ogni diritto.

La maggior parte delle persone ascoltate racconta di essere stata reclutata da parte del gestore della struttura, Raffaello Conte, per lavorare all’interno della cooperativa nel servizio di pulizia e manutenzione urbana. Dieci euro al giorno per un totale di dodici ore di lavoro è il compenso che gli è stato proposto e che loro hanno accettato.

Ci chiediamo come si possa arrivare a livelli di sfruttamento di questo genere, ci chiediamo e cercheremo di sapere se la Malgrado Tutto percepisce compensi e importi o finanziamenti pubblici per la fornitura di questo “servizio”. Se le amministrazioni pubbliche hanno per caso mai vigilato ed effettuato controlli sulla “legalità” dei servizi prestati e sulla garanzia di qualsiasi diritto, a partire da quelli della tutela del lavoro.

Questo “lauto” compenso inoltre non viene corrisposto da oltre quattro mesi, raccontano i ragazzi intervistati. 

E’ difficile restare calmi in una situazione del genere,   il senso di impotenza e di rabbia di fronte alla sopraffazione, alla riduzione delle persone a numeri, alla privazione di ogni diritto ci accompagna per tutto il tragitto che da Piano del Duca porta a Feroleto, dove sorge un altro CAS. 

Il centro di accoglienza “Ahmed Moammud” è composto da due palazzoni che si affacciano direttamente sulla superstrada.

“Ospiti” all’interno di ogni struttura 150 persone per un totale di 300 uomini e alcuni minori non accompagnati. Qui la situazione è ancora più angosciosa!  Nessuno dei ragazzi con i quali abbiamo parlato possiede la tessera sanitaria, nessuno di loro è iscritto al S.S.N. Nessuno di loro sa che per usufruire dei farmaci di cui avrebbero bisogno basterebbe recarsi dal medico e farseli prescrivere. Qui la panacea di tutti i mali è l’OKI che i migranti ricevono dagli operatori della struttura. Di medici nemmeno l’ombra. I ragazzi riferiscono che gli operatori sono tre in tutto. Nessun mediatore linguistico culturale. Eppure sono diverse le nazionalità presenti e non tutti parlano o capiscono l’italiano. 

Di notte nonostante la presenza di minori non accompagnati, nessun operatore rimane con loro all’interno delle strutture. Eppure, secondo quanto stabilito dalla normativa vigente le strutture dovrebbero garantire ai minori la custodia in un luogo sicuro (art. 403 c.c.), nel quale ritrovare un calore e un ambiente di crescita “a misura di minore”, troppo spesso perduti con la migrazione. 

A tal fine la normativa italiana relativa alle strutture di permanenza dei minori è volta a fissare alcuni requisiti che possano assicurare la riproduzione di un ambiente “familiare” (art.2, L184/1983), in cui il minore possa sentirsi accolto e rispettato. Le strutture di accoglienza hanno l’obbligo di garantire i livelli standard di tutela dei diritti fondamentali: accesso ai beni essenziali, servizi socio-sanitari in condizioni di parità con i minori cittadini italiani, assistenza legale gratuita, accesso all’istruzione di base diritto a ricevere informazioni sul loro status, possibilità di esprimersi in una lingua a loro comprensibile tramite la presenza di apposite figure professionali di mediazione linguistico culturale e, soprattutto, protezione da ogni forma di abbandono, abuso, violenza e sfruttamento. Nel centro di malaccoglienza di Feroleto nessuno di questi standard è garantito. I ragazzi ospitati all’interno si recano due volte a settimana in una chiesa vicina dove un prete tiene un corso di italiano. 

Il pocket-money, riferiscono, fino a qualche tempo fa si aggirava intorno ai 60 euro al mese, in seguito sono stati loro erogati 50 euro al mese ma è da tre mesi ormai che non lo ricevono. Il tutto è ridotto al minimo: sedie e letti consunti, muri sporchi e ingialliti, il cibo scadente. 

Solitudine e abbandono. Quasi tutti hanno già fatto l’audizione presso la Commissione per il Riconoscimento dello Status di Rifugiato. C’è un solo avvocato, ci dicono, che si occupa dei loro ricorsi. Uno solo per trecento persone. Ma ignorano come si chiami né hanno il suo numero di telefono. Dopo averlo incontrato una sola volta e avere firmato un paio di fogli non lo hanno più visto. Non sanno, quindi, se il ricorso sia stato effettivamente presentato . 

Ci chiediamo anchein che modo siano stati scritti i ricorsi se l’avvocato non ha parlato con i singoli per conoscerne la storia personale, i percorsi affrontati per giungere in Italia ed in Europa, le rotte ed i paesi di transito. Molti dei ragazzi con i quali abbiamo parlato raccontano di essere nel centro da oltre un anno. In un limbo perpetuo, senza più energie per porsi domande. Tutte le forze ridotte all’attesa e alla delusione profonda che scava i volti. Nessuna strada davanti. 

Fatta eccezione per quella lastricata di facili guadagni per chi gestisce questi luoghi. La stessa strada sulla quale muoiono tutte le speranze di una vita dignitosa. Accogliere i migranti? Basta disporre di quattro pareti e qualche branda. Tanto chi controlla? Sulla strada del ritorno ci accompagnano le parole pronunciate da uno dei giovanissimi ragazzi del centro: “siete le uniche persone con le quali parliamo da tempo, nessuno viene mai qui a chiederci come stiamo, cosa vogliamo, ci sentiamo come se fossimo spazzatura scaricata in questo posto. E tra poco, quando sarete andati via saremo nuovamente soli,  abbandonati e dimenticati dal resto del mondo”. 

Di seguito il link dell'articolo pubblicato il 23 marzo su repubblica.it, scritto dalla giornalista Raffella Cosentino:

Nell'inferno dei Centri di accoglienza straordinaria, "Tanto chi controlla?"

 

Articolo sito Campagna LasciateCIEntrare

 

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La Rete di Permacultura Calabro-Lucana

 

e

 

il Giardino delle Diversità

 

 

vi invitano a partecipare alla

 

 

GIORNATA DI MUTUO AIUTO

 

domenica 11 Gennaio 2015

presso l'orto migrante

cont.da Conciostocchi, Rende (CS)

 

 Cos'è il Mutuo Aiuto?

 

Il mutuo aiuto è una pratica di lavoro solidale adottata dai partecipanti della rete di permacultura, che prevede un appuntamento mensileper trascorrere una domenica all'aperto insieme, per condividere i principi della permacutura e dell'agicoltura naturale, per lavorare  divertendosi, per costruire insieme nuove dimensioni possibili, perchè in tanti si è più forti!

 

 

Programma:

 

09.00h colazione e cerchio di presentazione

 

10.00h lavori nell'orto:

costruzione di una serra per il semenzaio

pianamento area ristoro all'aperto

lavorazione dei bancali nella serra per le colture

potatura alberi da frutta

 

 

13.30h pranzo collettivo: tutti i partecipanti sono invitati a portare cose buone e genuine da mangiare ed i propri piatti e posate (NON usa e getta)

 

16.00h la rete di Permacultura e il Giardino delle Diversità si raccontano

 

17.00h cerchio di saluto

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INTERROGAZIONE PARLAMENTARE E REPORT VISITA AL CARA, CIE, CDA, SANT'ANNA DI ISOLA CAPO RIZZUTO

 

Campagna LasciateCIEntrare

Report visita CARA; CIE, CDA Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto (Kr)

Sabato, 22 novembre 2014

La visita è stata effettuata da una delegazione composta da: Onorevole Celeste Costantino (SEL), Emilia Corea ed Enza Papa (Associazione Culturale “La Kasbah” Cosenza)

Il centro governativo “Sant’Anna”  è situato all’interno di un’ex base dell’aeronautica militare, lungo la statale 106 a 5 km dal comune di Isola Capo Rizzuto e a 16 km dalla città di Crotone. Lungo la strada a scorrimento veloce, si incontrano gruppi di persone che percorrono la statale a piedi per raggiungere il centro abitato. All’arrivo della delegazione siamo state invitate ad attendere l’autorizzazione all’entrata, in virtù del fatto che la visita non era stata precedentemente annunciata dalla parlamentare Celeste Costantino. Sin dalla sua nascita il CARA è gestito dalla Confraternita delle Misericordie di Crotone. Secondo quanto riferito dagli operatori della Misericordia attualmente sono presenti 1169 richiedenti asilo provenienti, in prevalenza, da Pakistan, Gambia, Afghanistan e Mali.

Appena varcato il gabbiotto di polizia all’ingresso, mentre fornivamo le nostre generalità, personale di polizia e dell’esercito italiano procedeva al controllo in ingresso e in uscita dei richiedenti asilo. Muniti di guanti di lattice, manganello e mascherina gli agenti perquisivano le persone controllandone gli effetti personali. Giunte al posto di polizia, gli agenti che ci hanno scortate in attesa dell’autorizzazione da parte del prefetto nei nostri confronti, ci hanno mostrato quella che definiscono “la sala di regia”: un ufficio all’interno del quale è possibile monitorare 24 ore su 24 i movimenti delle persone attraverso decine di dispositivi di controllo. Attraverso un numero imprecisato di telecamere sparse è possibile in tempo reale avere il pieno controllo di tutto ciò che accade all’interno del campo più grande di Europa. Dopo circa un’ora di fastidiosa anticamera nel posto di polizia, giustificata dal mancato preavviso della visita, l’onorevole Celeste Costantino ha deciso di iniziare da sola l’ispezione, in attesa che venissimo autorizzate a entrare. Prima di poter raggiungere la parlamentare siamo state trattenute per un’ulteriore ora nello spazio antistante alla questura, dove abbiamo visto sfilare davanti ai nostri occhi un numero ingente di rappresentanti delle forze dell’ordine: esercito italiano, polizia e carabinieri, alcuni dei quali in tenuta antisommossa, mentre gli “ospiti” del Cara ritiravano il pasto quotidiano da consumare all’interno dei container dove alloggiano. Molti ragazzi si sono fermati a parlare con noi, chiedendoci il motivo della nostra presenza e se lavorassimo all’interno del campo. Rassicurati dalle motivazioni della nostra visita hanno iniziato a lamentare le pessime condizioni di vita nel campo incitandoci ad andare a vedere con i nostri occhi il degrado e le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere. Più volte si sono avvicinati alcuni agenti intimandoci di non parlare con gli “ospiti” e ricordandoci il divieto assoluto di fotografare l’area. Alle ore 13 e dopo due ore di attesa finalmente l’autorizzazione è arrivata.

Il campo si sviluppa su un’area estesa all’interno della quale si trova una struttura in muratura composta da piccoli edifici e destinati ad ospitare le famiglie e, più avanti, tre zone dotate di container, campo  B,C, D (il campo D in fase di ristrutturazione) e una cosiddetta area Switch. Sulla sinistra si trova, infine, il campo A, quello adibito a zona container sin dalla nascita del CARA. All’interno della stessa area, sulla destra, sorgono rispettivamente: il CIE, attualmente chiuso e, a quanto riferito dagli operatori delle “Misericordie” in fase di ristrutturazione e i locali della Commissione per il riconoscimento dello status di rifugiato. La fisionomia del centro è quella di un’enorme gabbia: reti di filo spinato e muri di cemento armato circondano tutta l’area.

Raggiungiamo la parlamentare all’interno della cosiddetta area Switch, dove i container si compongono di 100 alloggi da 4 posti ciascuno, suddivisi in 27 zone e proseguiamo, accompagnate da una referente prefettizia, quattro agenti di polizia e due operatori delle “Misericordie”,  attraverso le varie aree fino a giungere al campo A dove la situazione appare particolarmente grave. Tutti i container visitati contengono al loro interno almeno dieci materassi sudici e senza lenzuola. All’interno di alcuni container si trovano delle pietre adibite a fornelli sui quali vengono riscaldati i pasti consumati, in alternativa, freddi, per terra o sui letti. Nei container, le cui dimensioni potrebbero ospitare non più di due o tre persone, si dorme, si mangia, si trascorrono i giorni, le settimane, i mesi, in attesa dell’audizione in commissione per il riconoscimento dello status di rifugiato. Assolutamente privi dei più elementari requisiti igienici risultano essere i bagni e le docce, situati all’esterno dei container: fatiscenti, sporchi, privi di carta igienica e di sapone. Dai rubinetti, molti dei quali rotti, scorre un filo di acqua gelata,  sui pavimenti ristagnano enormi chiazze di acqua sporca, alcuni bagni situati all’interno del campo B risultano essere privi del tubo di scarico. All’esterno dei container situati nel campo A da un tubo esterno rotto si registra la fuoriuscita di liquame a pochi centimetri da alcuni cavi elettrici. Tale situazione perdura, secondo quanto riferito da un operatore della “Misericordia” da diversi mesi.

Dai colloqui intrattenuti con un giovane medico presente all’interno dell’infermeria le persone non vengono sottoposte a controlli sanitari approfonditi. Le analisi del sangue vengono effettuate in maniera sporadica, per le emergenze si procede all’invio presso l’azienda ospedaliera di Crotone. Coloro che risultano essere affetti da scabbia vengono sottoposti al trattamento topico e isolati all’interno di una piccola stanza per 12 ore. In seguito vengono rimandati nei loro container, costretti a dormire sugli stessi materassi sui quali il parassita della scabbia continua a riprodursi e a contagiare la persona. Appare assolutamente grave il fatto che persone che hanno affrontato un viaggio lungo e difficile per arrivare in Italia non possano usufruire di visite sanitarie specifiche volte ad accertare lo stato di salute. Gli esami relativi alla tubercolosi vengono effettuati solo su alcune persone e solo quando la malattia è conclamata. Difficile comprendere il motivo per cui non venga effettuato un esame dell’espettorato, un rx torace o l’esame di reazione Mantoux per quanto riguarda la diagnosi di tubercolosi o un semplice esame del sangue ai  richiedenti asilo, anche in virtù del fatto che lo stato eroga un finanziamento  volto a garantire un’assistenza sanitaria adeguata e non di carattere emergenziale.

Dopo aver visitato i container abbiamo chiesto di mostrarci l’area destinata al trattenimento dei richiedenti asilo in attesa di identificazione. Quest’area si compone di un padiglione suddiviso in due stanzoni comunicanti attraverso una porta blindata interna. Stiamo parlando del padiglione all’interno del quale, all’indomani dell’operazione Mos Majorum, centinaia di siriani hanno denunciato di essere stati costretti con la forza all’identificazione.  Le stanze (Sale di accoglienza A e B) risultano essere prive di riscaldamenti e adibite a contenere centinaia di persone, vista la grande quantità di materassini accatastati contro il muro in entrambe le strutture. All’interno dei due stanzoni sono situate dozzine di panche e, secondo quanto riferito dagli accompagnatori delle “Misericordie”, se i numeri sono elevati, le persone rimangono rinchiuse al loro interno anche 48 ore. Si registra la presenza di due soli piccoli bagni. Alcune incrostazioni rossicce sulle panche situate nella Sala di Accoglienza B hanno attirato la nostra attenzione. La spiegazione fornita dagli agenti in merito alla loro presenza è che si tratti di ruggine.

Più volte, in quei giorni, avevamo sollecitato l’intervento di parlamentari chiedendo loro di recarsi con urgenza per verificare cosa stesse accadendo e per impedire l’eventuale uso della forza. Tentativi vuoti! Ci si è limitati a mere conversazioni telefoniche tra alcuni deputati e gli uffici prefettizi i quali hanno “rassicurato” gli onorevoli in merito alla situazione denunciata. Ieri quei padiglioni erano vuoti. Dentro di noi riecheggiano ancora le grida di quei siriani identificati con la forza, uomini e donne, in fuga da guerre che hanno descritto quel luogo come Guantanamo, denunciando la violenza subìta con queste parole: “hanno svegliato un ragazzo colpendolo…ora ci stanno prendendo uno ad uno…hanno un atteggiamento mafioso…urlano, i bambini piangono!”

Al termine della visita, ci accompagna ancora una volta un senso di rabbia e di frustrazione. Per oltre 10 anni abbiamo raccolto testimonianze, racconti di ordinaria repressione e di abusi, frutto di una gestione securitaria ed emergenziale dell’immigrazione che calpesta e offende l’umanità tutta.  Nessun lavoro di ristrutturazione e nessuna bonifica potrà mai legittimare l’esistenza di strutture che anziché accogliere, tutelare e proteggere, rinchiudono, reprimono, feriscono la dignità. E’ ora di consegnarle definitivamente alla storia!

Report e visita realizzati da Enza Papa ed Emilia Corea (Associazione “La Kasbah”) nell’ambito delle visite ai CIE e CARA della campagna LasciateCIEntrare.

Il 5 dicembre 2014 è stata depositata un’interrogazione parlamentare a firma dell’On. Celeste Costantino ed Erasmo Palazzotto sulla visita al CARA di Crotone che potrete scaricare al seguente link:

http://banchedati.camera.it/sindacatoispettivo_17/showXhtml.Asp?idAtto=29052&stile=7&highLight=1&paroleContenute=%27INTERROGAZIONE+A+RISPOSTA+SCRITTA%2

REPORT PUBBLICATO SUL SITO

http://www.lasciatecientrare.it/j25/italia/news-italia/134-interrogazione-parlamentare-e-report-visita-al-cara-cie-cda-sant0anna-di-isola-capo-rizzuto

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ISPEZIONE CARA SANT'ANNA DI CROTONE

Da oltre 10 anni il CARA di Sant’Anna di Isola Capo Rizzuto è gestito dalla Misericordia. E’ il più grande di Europa, una struttura la cui capienza si aggira intorno ai 720 posti ma che spesso si trova ad “ospitare” oltre mille richiedenti asilo. Illeciti e irregolarità sono stati segnalati -  nel corso dei dieci anni dalla sua nascita - dalle associazioni che periodicamente monitorano il centro. Preoccupante, inoltre,  la situazione relativa agli  alloggi in cui i richiedenti asilo sono costretti a vivere:  il Cara si apre con il gabbiotto dei militari che controllano l’accesso, per svilupparsi in diversi caseggiati. La prima area separata ma aperta è quella del CARA con strutture in muratura , quest’area è riservata solo alle famiglie mentre  più avanti ci sono due zone con i container. I container sono da quattro posti, in lamiera (roventi in estate e gelidi in inverno), con bagni collettivi. Dalle numerose ispezioni parlamentari risulta però che nei container spesso dormono anche fino a 15 persone. I materassi sono spesso senza lenzuola, manca l’erogazione di acqua calda, scarsa attenzione è riservata alle categorie considerate vulnerabili (vittime di tortura o di tratta), assistenza pediatrica, psicologica e specialistica in genere inesistente.  Più volte nel corso degli anni abbiamo denunciato disordini, “incidenti”, trattamenti degradanti nei confronti dei richiedenti asilo. Notizie allarmanti relative a identificazioni forzate e a violenze da parte della polizia nei confronti dei siriani giungono nelle ultime settimane dal CARA di Crotone. Per questo motivo, da giorni, chiediamo a diversi parlamentari di ispezionare la struttura. Ad oggi, solo l’europarlamentare Laura Ferraro, ha risposto all’appello. Pubblichiamo di seguito il dossier relativo alla visita effettuata lo scorso 26 ottobre all’interno del Cara in questione.

 

Report di Laura Ferrara – Europarlamentare M5S

Si è svolta domenica mattina l'ispezione a sorpresa della europarlamentare Laura Ferrara presso il Centro di Accoglienza per i Richiedenti Asilo Sant'Anna di Crotone, finalizzata a verificare le condizioni di vita degli ospiti all'interno del Centro nonché la corretta gestione dei fondi che l'ente gestore Misericordia riceve dal Ministero dell'Interno. "L'ispezione effettuata nei container del Campo B e dell'Area Switch del CARA ha portato alla luce una grave ed inaccettabile violazione dei diritti fondamentali, una mortificazione della dignità umana che non si può sottacere e rispetto alla quale l'Autorità Giudiziaria deve tempestivamente intervenire." Nei container gli ospiti sono sistemati in 5 o 6 per stanza con letti a castello, in metrature che consentirebbero l'agibilità di massimo due persone; alcuni migranti hanno riferito che dal loro ingresso risalente allo scorso giugno, la loro stanza non è mai stata pulita. I letti, sprovvisti di coperte, sono equipaggiati con un unico lenzuolo sudicio adagiato direttamente sul materasso nudo. Nelle stesse stanze gli ospiti del Centro sono costretti a consumare i pasti, dal momento che la struttura destinata alla Mensa, seppur esistente, è inattiva. I bagni sono in comune e, non appena entrati, si è assaliti da un lezzo nauseabondo dovuto a pozzetti aperti dai quali fuoriesce continuamente acqua putrida e stagnante, i lavandini e le docce sono otturati e dai rubinetti - molti dei quali non funzionanti- esce un filo di sola acqua fredda. La pulizia del Centro, subappaltata all'azienda Puliverde, si è limitata, anche nel corso della ispezione, ad un gettito d'acqua orientato con una pompa sui soli corridoi esterni ai container, in spregio alle più elementari norme igienico sanitarie.
La distribuzione dei pasti, subappaltata - a detta del Direttore della Misericordia Sig. Tipaldi- alle aziende Cosec, Mediterranea e Quadrifoglio, appare del tutto inadeguata dal punto di vista quantitativo e qualitativo: i migranti lamentano razioni di cibo decisamente esigue e di pessima qualità, oltre alla mancanza di alternative per chi presenta particolari esigenze alimentari dovute a motivi di salute o a ragioni religiose.

Al loro arrivo al CARA, si procede ai rilievi foto-dattiloscopici, operati all'interno di una stanza della struttura della Questura, dal momento che il CIE risulta inattivo dal mese di agosto dello scorso anno. Al riguardo, il Direttore della Misericordia, Sig. Tipaldi, riferisce di essere spesso costretti, a fronte del rifiuto nel procedere alle operazioni di identificazione da parte di alcuni migranti, a "convincere" loro e a "forzarli" nel non opporsi. Tali dichiarazioni, sebbene seguite da chiarimenti circa l'assenza di violenza operata ai danni dei migranti, lascia comunque ombre sui metodi adottati per dare seguito a tali operazioni di convincimento e forzatura alla identificazione.

A seguito della identificazione, si procede con la visita sanitaria, che si riduce ad un controllo della temperatura e della pressione e ad una auto dichiarazione resa dal migrante sulla base di un questionario somministrato in lingua italiana. "Sei a conoscenza di avere malattie infettive? Sai di avere altre tipologie di malattie? Ti senti bene?" queste, indicativamente, le domande rivolte all'ospite appena arrivato e sulla base delle quali si determina il suo stato di salute. Su richiesta dell'europarlamentare circa la presenza di un mediatore linguistico al momento della visita sanitaria e circa l'opportunità di una somministrazione del questionario direttamente nella lingua del migrante, il Sig. Tipaldi risponde che solo all'occorrenza è previsto un mediatore linguistico e che la traduzione del questionario scritto non si rende necessaria dal momento che, a suo dire, il 60% dei migranti è
analfabeta.
Ombre, infine, circa i pocket money: Un giro di soldi che parte dal Ministero dell'Interno e finisce nelle tasche della Misericordia. La Misericordia riceve infatti dal Ministero dell'Interno per ciascun migrante quotidianamente circa € 2,50, che vengono erogati non in forma di moneta ma in forma di buoni spendibili presso distributori di beni e generi alimentari forniti dalla stessa Misericordia all'interno del CARA. "Bisogna fare lo sforzo di non definirli pocket money ma contributo economico": in questo modo, secondo il Direttore Tipaldi, si coglie meglio l'uso che ogni migrante può fare di tale budget, ma ciò che emerge con chiarezza è che la Misericordia riceve il denaro da destinare ai migranti, stabilisce quali beni possono essere acquistati dagli stessi e ne determina il loro valore economico, per poi essere il destinatario finale di quello stesso denaro speso dai migranti per l'acquisto dei beni.
Dunque, impossibilità di spesa all'esterno del CARA e circolarità di denaro che vede punto di partenza e punto di arrivo coincidere nello stesso ente gestore.
I conti sono presto fatti: considerato che attualmente sono ospitati circa 1.400 migranti nel CARA di Crotone, il giro di soldi viaggia intorno ai 3.500 euro al giorno, cui si aggiungono altri 20 euro che la Misericordia riceve sempre quotidianamente dal Ministero per ogni ospite del Centro, per un ammontare di circa 28.000 al giorno.

"Un business inaccettabile, che grava sulle tasche dei contribuenti italiani e sulla pelle dei migranti sbarcati in Italia in cerca di protezione. Una vergogna che spiega il motivo per il quale si continui a rimanere in un'eterna emergenza, utile a chi ha interesse a lucrare e ad arricchirsi sulla disperazione altrui e sulle difficoltà economiche dei cittadini italiani."

Un business su cui è chiamata a controllare la Prefettura di Crotone, anche in forza di una Convenzione più volte citata dal Sig. Tipaldi ma che non è stato possibile ottenere nè dallo stesso nè dalla funzionaria della Prefettura presente al momento dell'ispezione. In barba alla trasparenza e all'era digitale, pare infatti esista un unico esemplare di copia cartacea della Convenzione gelosamente custodita da non meglio identificati dipendenti della Prefettura stessa. Nessuna copia in possesso della Misericordia, nessuna copia in formato digitale, nessun file caricato nella sezione "amministrazione trasparente" del sito della Prefettura di Crotone.

COMUNICATO STAMPA

CROTONE - Domenica 26 ottobre, alle nove di mattina, l’europarlamentare del M5S Laura Ferrara, si è presentata presso i cancelli del Centro di Accoglienza per i Richiedenti Asilo Sant'Anna di Crotone  e, nell’esercizio suo ruolo istituzionale, ha voluto verificare di persona la corretta gestione del centro nonché le condizioni di vita degli ospiti. "Abbiamo avuto modo di visitare parte della struttura e di parlare con diversi ospiti del centro – afferma Laura Ferrara – immediatamente sono emerse una serie di criticità in alcuni casi molto gravi e che necessitano un serio ma urgente approfondimento. Si sono infatti verificati casi in cui i migranti hanno rifiutato di farsi identificare, rendendosi necessario " convincere" loro e "forzarli" a non opporsi, secondo alcune dichiarazioni rilasciate dal Direttore Tipaldi. Lo stesso ha chiarito comunque l'assenza di violenza operata ai danni dei migranti, ma le sue affermazioni  hanno messo in evidenza dei problemi che riguardano i metodi adottati per dare seguito alle operazioni di convincimento e forzatura all'identificazione. Sono molto sorpresa che nessuno è stato in grado di fornire una copia della convenzione stipulata dal gestore, la "Misericordia" e tanto più è sorprendente, per usare un eufemismo, la motivazione addotta ovvero che della convenzione esiste solo un unico originale!”. Infatti, a detta dei gestori del centro, in barba alle più elementari norme sulla  trasparenza e nel pieno dell'era digitale, pare esista un unico esemplare di copia cartacea della Convenzione, gelosamente custodita da non meglio identificati dipendenti della Prefettura stessa. Nessuna copia in possesso della Misericordia, nessuna copia in formato digitale, nessun file caricato nella sezione "amministrazione trasparente" del sito della Prefettura di Crotone.

Tra le criticità rilevate, in particolare, viene evidenziata la circostanza per cui gli immigrati non vengono sottoposti alle analisi finalizzate a verificare eventuali patologie infettive quali tubercolosi, aids, ebola e quant’altro. “ Sono rimasta molto stupita – chiosa ancora la Ferrara –
della circostanza che gli accertamenti sanitari sono gestiti dal medesimo soggetto che gestisce la struttura stessa, senza coinvolgere strutture sanitarie pubbliche, eppure il rischio che possa scoppiare un focolaio di una qualsiasi malattia infettiva è un problema che riguarda tutti noi. Voglio verificare con i miei collaboratori la conformità a legge di questa situazione”. E infatti la visita sanitaria agli immigrati si riduce ad un controllo della temperatura e della pressione e ad una auto dichiarazione resa dal migrante sulla base di un questionario, peraltro somministrato in lingua italiana.
L’ispezione della parlamentare grillina si è soffermata anche su alcuni aspetti della gestione dei fondi che il gestore del Centro riceve dal Ministero dell’Interno, con particolare riferimento ai fondi destinati al c.d. “Pocket Money” ovvero al pagamento delle due ero e cinquanta giornaliero cui ogni
ospite avrebbe diritto.

“Il meccanismo che ci è stato spiegato assomiglia molto al gioco delle tre carte - puntualizza l’europarlamentare calabrese – e cioè, l’ente gestore fornisce un credito di cinque euro ogni due giorni, credito che gli ospiti possono spendere solo all’interno del centro. Il problema è che i prezzi della merce vengono decisi “dai fornitori” per cui il valore reale delle due euro e cinquanta dipende, in ultima analisi, esclusivamente dall’effettivo controllo sui prezzi praticati all’interno del centro”. Con questa situazione i conti sono presto fatti: considerato che attualmente sono ospitati circa 1.400 migranti nel CARA di Crotone, il giro di affari viaggia intorno ai 3.500 euro al giorno, cui si aggiungono altri 20 euro che la Misericordia riceve sempre quotidianamente dal Ministero per ogni ospite del Centro, per un ammontare di circa 28.000 al giorno.

Anche le condizione igieniche sono apparse subito estreme. Ad esempio, i bagni sono in comune e, non appena entrati, si è assaliti da un lezzo nauseabondo dovuto a pozzetti aperti dai quali fuoriesce continuamente acqua putrida e stagnante. Da alcuni rubinetti esce un filo di sola acqua fredda e lo scarico di molti lavandini e docce  risulta otturato.

“Comprendiamo – conclude Laura Ferrara che la gestione di un centro immigrati non è cosa semplice, ma chi si prende quest’onere deve operare nel massimo della trasparenze in quanto, oltre alla dignità ed alla salute degli immigrati, c’è in gioco anche la tutela della collettività e la gestione di fondi".

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LA SALUTE E' UN DIRITTO

AMBULATORIO MEDICO "SENZA CONFINI-A. GRANDINETTI" - servizio RAI PARLAMENTO

L’Ambulatorio Medico “Senza Confini-A. Grandinetti” dell’Auser – Cosenza è nato nel maggio 2010 con l’intento di fornire assistenza sanitaria di base e specialistica a quella fascia di popolazione migrante esclusa dal diritto di iscrizione al S.S.N. L’associazione “La Kasbah” collabora attivamente con l’ambulatorio attraverso il coinvolgimento di un’operatrice dell’accoglienza e l’espletamento di servizi di mediazione interculturale.

Si tratta di un’esperienza basata sul volontariato, su quella che gli operatori dell’Ambulatorio definiscono “militanza attiva”, un’esperienza nata per restituire ai migranti quel diritto sancito costituzionalmente e che le leggi razziste susseguitesi nel corso degli anni hanno progressivamente minato.

L’Ambulatorio garantisce prestazioni mediche di base e prestazioni sanitarie. Nello specifico:

  • Visite ginecologiche

  • Visite ortopediche

  • Visite oculistiche

  • Visite e cure odontoiatriche

  • Ecografie

  • Visite pediatriche

  • Visite cardiologiche

  • Visite chirurgiche

Oltre 8.000 le prestazioni effettuate nel corso di quattro anni. Non stupisce che i principali fruitori delle prestazioni sanitarie siano stati i cittadini neocomunitari, esclusi dall’accesso al S.S.N. dall’entrata della Romania e della Bulgaria nella Comunità Europea. Dal 2007, infatti, la loro situazione è peggiorata. Acquisendo taluni diritti (quale quello di circolare senza visto nei paesi dell’Europa) ne hanno persi molti altri, in primis quello alla salute. Dal 2007 è fatto loro divieto l’utilizzo del codice S.T.P. (Straniero Temporaneamente Presente) in quanto non sono più considerati stranieri provenienti da paesi terzi, allo stesso tempo però non possono iscriversi al Servizio Sanitario Nazionale se sono disoccupati o lavoratori in nero. Di conseguenza, l’accesso ai servizi sanitari, rimane per questa categoria di migranti una porta sbarrata. Dal 2010, l’Ambulatorio Medico “Senza Confini-A. Grandinetti” ha costituito l’unico punto di riferimento per i neocomunitari e per i migranti in genere.

In principio, la struttura, è nata per assistere cittadini stranieri privi di permesso di soggiorno o che, pur in regola con il soggiorno, presentano difficoltà ad orientarsi nei servizi territoriali, per problemi linguistici o di non conoscenza dei servizi. Da due anni i medici dell’Ambulatorio Medico “Senza Confini-A. Grandinetti” sono coinvolti nelle attività dell’Equipe Multidisciplinare per l’emersione, la diagnosi e la presa in carico dei richiedenti e titolari di protezione internazionale vittime di tortura in collaborazione con l’associazione “La Kasbah”, l’A.S.P. di Cosenza e la Provincia di Cosenza.

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IL GIARDINO DELLE DIVERSITA'

 ... per conoscere ed apprezzare la diversità di colture e culture

Il Giardino delle diversità è un luogo dove la diversità è sinonimo di forza, bellezza, armonia e pace... uno spazio "multi-colturale" in armonia con la natura dove un pomodoro giallo, una melanzana rossa o un mais nero aiutano a ricordare il sapore della nostra cultura e la bellezza di apprezzare il diverso!

Il prossimo appuntamento è fissato per venerdi 10 Ottobre 2014, durante in quale sono previsti due momenti:

ore 17,00 ATTIVITA' DIDATTICA PER BAMBINI - "Costruire le tane per gli impollinatori del giardino". Imparare ad accogliere anche gli animali più piccoli: gli impollinatori sono un elemento fondamentale per l'equilibrio naturale e la salute di piante, alberi e animali.

ore 17,30 FOCUS CONFLITTI IN CORSO "Nell'inferno di Gaza". Testimonianze, racconti, voci dalla Palestina. Ne discutono i rifugiati politici attivisti. Degustazioni piatti tipici Palestinesi, prodotti dell'Orto Migrante.

Vi invitiamo a venirci a trovare! 

NELL'INFERNO DI GAZA. La parola ai rifugiati politici

Da 66 anni Israele opprime la Palestina per mezzo di un occupazione tanto violenta e aggressiva quanto illegittima, perpetrando i peggiori soprusi ai danni del suo popolo e sabotando con tutti i mezzi la nascita di uno stato Palestinese,  grazie al sostegno degli USA, al silenzio complice di gran parte di quei governi europei che con Israele fanno affari commerciali e militari, e soprattutto alla massiccia campagna di disinformazione messa in atto dagli organi di stampa e dai mass media filoisraeliani. Il popolo palestinese, con la sua storica ed eroica resistenza ha sempre espresso solidarietà in una lotta internazionalista nei confronti degli altri popoli. L'apartheid praticato in Palestina e la pulizia etnica del popolo palestinese da parte di Israele sono in continuità con l'invenzione delle razze superiori e inferiori del colonialismo europeo, così come lo furono il nazismo, il fascismo e il segregazionismo sudafricano. È la concezione stessa di un popolo eletto, superiore, che accomuna il sionismo ai fascismi che si svilupparono in Europa fra le due guerre e che ancora cercano di ottenere un consenso di massa.

A causa della loro lotta, uomini, donne e bambini sono imprigionati, torturati e perseguitati nelle galere israeliane. Tra i prigionieri del sionismo vanno considerati l'intera popolazione di Gaza rinchiusa nella più grande prigione a cielo aperto della storia, i palestinesi della Cisgiordania imprigionati dietro il muro della vergogna che circonda i bantustan in cui sono costretti a vivere e i profughi palestinesi rinchiusi nei campi della miseria sparsi in tutto il Mashreq, condannati al confino e all'apolidismo da intere generazioni. Nulla è cambiato da quel maggio del 1948, data che sanciva la nascita del popolo di Israele e la conseguente Nakba, “la catastrofe”, cioè la pulizia etnica che le truppe e le milizie coloniali israeliane effettuarono contro la popolazione palestinese. La Nakba è stato il giorno in cui il popolo palestinese si è trasformato in una nazione di rifugiati, in cui almeno 750.000 persone sono state espulse dalle loro case e costrette a vivere nei campi profughi. Essa sancisce l’inizio di una nuova fase storica, un doloroso spartiacque, una ferita insanabile scritta nel corpo di una vasta umanità. I rifugiati palestinesi includono coloro che diventarono rifugiati a seguito della guerra arabo israeliana del 1948 e quelli che lo diventarono successivamente alla guerra del 1967, così come coloro che non diventarono rifugiati né a seguito della prima né a seguito della seconda guerra, ma che trovandosi all’epoca al di fuori dei confini di quello che era allora il territorio palestinese furono impossibilitati a tornare oppure non lo fecero nutrendo il timore ben giustificato di essere perseguitati.

Consideriamo un principio inalienabile la piena applicazione del diritto al ritorno per tutti i profughi palestinesi, affinché possano decidere di vivere nella loro terra, la Palestina, senza discriminazione etnica, religiosa e di classe, così come sosteniamo l’eroica resistenza palestinese che si oppone ad un’occupazione militare repressiva. Ne discuteremo con i rifugiati politici del progetto “Asylon, Cosenza:la città dell’accoglienza”.

 

 

 

 

Chi siamo

Categoria: articolo
Pubblicato Mercoledì, 11 Giugno 2014
Scritto da Super User

L’Associazione Culturale Multietnica La Kasbah ONLUS è un’associazione no-profit che opera sul territorio Calabrese con l’intento di favorire l’interazione interculturale volta al rispetto delle culture diverse e di contrastare ogni forma di discriminazione, di intolleranza e di esclusione sociale.

In particolare, l’associazione fornisce:

  • Supporto ai migranti per la tutela dei loro diritti, in particolare in campo lavorativo, familiare, sanitario, nelle pratiche di regolarizzazione e riconoscimento del diritto di asilo;
  • sostegno, accoglienza e tutela dei diritti dei migranti, di richiedenti e/o titolari di protezione internazionale e/o umanitaria al fine di favorire il loro inserimento nella società di approdo;
  • supporto nell’attivazione di iniziative a carattere artistico e culturale riguardanti determinati disagi sociali che derivino da particolari situazioni di svantaggio;
  • accompagnamento, consulenza e formazione allo scopo di offrire supporto a categorie svantaggiate che abbiano avuto accesso – o che si accingono ad accedere – al microcredito e promozione e/o partecipazione a gruppi/tavoli di lavoro sinergici o reti, finalizzati alla realizzazione di iniziative volte a favorire la progettazione, l’attivazione e il monitoraggio di programmi di micro-credito a favore delle classi sociali più deboli;    
  • servizi educativi e di inserimento lavorativo nei confronti di soggetti che versano in particolari situazioni di svantaggio anche attraverso attività di tutela e valorizzazione della dell’ambiente naturale, finalizzati a far conoscere aspetti specifici dell’attività agricola, dell’ambiente rurale e naturalistico del territorio.

 

L’Associazione è registrata presso l’Anagrafe Tributaria con il codice di attività n.88.99.00 “Altre attività di assistenza sociale non residenziale nca”,e con il codice di attività n.95.99.20 “Attività di organizzazioni con fini culturali e ricreativi” 

Dal 2005 è Ente Gestore del progetto Sprar “Asylon, Cosenza: la città dell’accoglienza” cui titolare fino al 2009 è stato il Comune di Cosenza, e dal 2009 ad oggi è la Provincia di Cosenza. Dal gennaio 2014 è Ente Titolare del progetto “terraferma” cui titolare è il Comune di Trebisacce.  Tramite tali progetti l’associazione eroga per richiedenti e/o titolari di protezione internazionale e/o umanitaria, uomini singoli e/o famiglie (non appartenenti a categorie vulnerabili), i seguenti servizi: servizi per l’accoglienza, servizi individualizzati per l’integrazione e servizi di tutela.

Dal 2007 l’Associazione è iscritta alla prima sezione del Registro delle Associazioni e degli Enti che svolgono attività a favore degli immigrati, ai sensi dell’art.54 del Decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1999 n.394, così come modificato dal Decreto del Presidente della Repubblica 18 Ottobre 2004 n.334, con il numero di iscrizione A/483/2007/CS.

Dal luglio del 2013 l’Associazione è iscritta all’Anagrafe delle Onlus – D.lgs n.460/1997 (prot. n. 2013/12368 – Agenzia delle Entrate _ Direzione Regionale della Calabria)

Orto migrante

Categoria: articolo
Pubblicato Sabato, 07 Giugno 2014
Scritto da Super User

ORTO MIGRANTE SOCIETA’ AGRICOLA

 

L’agricoltura naturale è basata su una natura libera da intromissioni ed interventi umani. Si batte per ricostruire la natura dopo la distruzione causata dalla “conoscenza” e dalle azioni umane (…)

Masanobu Fukuoka

L’azienda agricola “Orto Migrante soc. agricola” società semplice, è nata nel dicembre del 2012 e svolge attività agricola ed attività agricole connesse. Essa è composta da due rifugiati politici provenienti dal Togo e dal Burkina Faso che, avendo subito sulla propria pelle lo sfruttamento della manodopera immigrata in agricoltura e, contestualmente, compreso le potenzialità del comparto, hanno inteso mettersi in gioco per promuovere un’alternativa al fenomeno dello sfruttamento dei migranti in campo agricolo e per favorire la loro integrazione socio-economica nel contesto locale. Come noto, infatti, in Calabria la percentuale di lavoratori immigrati impiegati in agricoltura è altissima e le condizioni di vita e di lavoro cui essi sono sottoposti sono spesso preoccupanti. Giovani che migrano alla ricerca di una nuova vita, lontana da guerre, povertà e regimi dittatoriali, si trovano a dover fronteggiare una realtà spesso ancor più ostile, in cui fenomeni quali il caporalato, sfruttamento e irregolarità contrattuali al limite dello schiavismo, sono all’ordine del giorno. A fronte di tale preoccupante situazione, si è inteso creare un’alternativa a tale modello, una forma di riscatto per coloro che vi partecipano, una buona pratica per l’inserimento socio-economico e l’avviamento al lavoro autonomo degli immigrati presenti in Calabria.

Ma obiettivo ancor più ambizioso è raggiungere tali finalità promuovendo un modello di agricoltura naturale, basato sulla creazione di orti sinergici in permacultura, sulla rotazione delle colture, sul sovescio, sul compostaggio, seguendo la filosofia di Masanobu Fukuoka. A tal proposito, Orto Migrante ha sottoscritto nel c.a. con l’Associazione Culturale Multietnica La Kasbah Onlus, Strade di Casa Società Cooperativa Sociale Onlus e Centro Internazionale Crocevia Calabria un protocollo di intesa “Il Giardino delle diversità” per la creazione di una “micro-filiera sociale” in cui tutti i partner coinvolti, basandosi sul concetto del mutuo-aiuto, concorrono a sostenersi nel creare un luogo multiculturale e multi-colturale in armonia con la natura, in cui sviluppare processi di produzione agricola basati su metodi di produzione naturale, sinergica ed in permacultura; agevolare l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati mediante la produzione e commercializzazione di prodotti agricoli; promuovere attività didattiche e ludico-ricreative in campo agricolo; sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche legate all’ambiente e alla salvaguardia della biodiversità; creare momenti di incontro e confronto sul sistema di accoglienza per rifugiati politici e richiedenti asilo in Calabria e sui vari conflitti in corso; promuovere attività finalizzate all’integrazione di soggetti provenienti da diversi contesti socio-culturali.

Ad oggi, l’azienda opera prevalentemente sui terreni adiacenti “la Casa dei Migranti”, su cui sono state montate 3 serre, di cui due destinate alla produzione agricola e una alla riproduzione di sementa, e realizzati numerosi bancali per la realizzazione di orti sinergici ed in permacultura. In esso sono coltivati verdura e ortaggi di stagione, per lo più autoctoni locali, le cui sementa sono state donate dal Centro Internazionale Crocevia Calabria, che si occupa di salvaguardare, recuperare e diffondere presso le aziende locali le antiche sementi contadine calabresi. Su tali terreni sono stati, inoltre, impiantati: peschi, piante di olivo, meli, peri, albicocchi, susine e ciliegi, piante di agrumi (arance e clementini), nonché alberi da frutto minori, tra cui il Kaki, il Nocciolo, il Fico, il Melograno, il Mandorlo e il Kiwi.

Attività artistiche

Categoria: articolo
Pubblicato Sabato, 07 Giugno 2014
Scritto da Super User

L’associazione promuove progetti di sensibilizzazione sulle tematiche legate all’immigrazione, all’integrazione e ai diritti umani anche attraverso la promozione di attività artistico-culturali.

In particolare l’associazione utilizza l’arte, nelle sue innumerevoli sfaccettature, per:

  • sviluppare un processo di acculturazione senza forme di etnocentrismo, in grado di riconoscere e valorizzare l’alterità e le differenze culturali, tradizionali e religiose in un ottica di dialogo interculturale
  • creare momenti di incontro e confronto su specificità culturali, tradizionali e religiose in grado di sensibilizzare ed avvicinare cittadini provenienti da contesti territoriali differenti
  • creare all’interno della comunità locale momenti di riflessione, dialogo e confronto sulla cultura dell’accoglienza e del riconoscimento dell’alterità
  • stimolare la creatività, la capacità di interazione e il lavoro di gruppo, sviluppando il senso critico ed il confronto tra linguaggi differenti
  • Stimolare la creatività, l’interesse e le abilità espressive dei cittadini e fornire conoscenze e competenze specialistiche da utilizzarsi anche in campo occupazionale
  • Creare un luogo di ascolto, conoscenza e comprensione di sé e dell’altro in grado di favorire il processo di socializzazione tra cittadini italiani e stranieri
  • Favorire il superamento delle difficoltà comunicative dei cittadini stranieri.

Equipe

Categoria: articolo
Pubblicato Sabato, 07 Giugno 2014
Scritto da Super User

Chi è stato torturato rimane torturato. La tortura è marcata nella carne con ferro rovente, anche se nessuna traccia clinicamente oggettiva è più identificabile. Jean Améry

La confessione, estorta tra i tormenti, è l’espressione del dolore, non già l’indizio della verità. Francesco Mario Pagano

 

Tutti ricordiamo con orrore le immagini di Abu Ghraib che nel 2004 hanno documentato le vessazioni inflitte a prigionieri irakeni da parte di soldati americani. Con analogo sgomento tutti ricordiamo il corpo martoriato di Stefano Cucchi, morto in un carcere italiano nel 2009. La tortura fa scandalo anche perché la consideriamo lontana da noi. Un numero sempre maggiore di studi ha dimostrato invece  che circa il 30/40% dei rifugiati ha subito tortura. Vittime di una violenza che non spinge a migrare, ma a fuggire. Seguendo i canali della clandestinità, senza un progetto di vita, sperando solo di dimenticare. La tortura non si consuma unicamente quando una persona è sottoposta a sofferenze e la sua pratica spesso non è riconducibile all’arbitrio di un «eccesso» di potere o a uno stato di eccezione. Per questo occorre allargare lo sguardo al sistema complesso che la produce, che la promuove, che la protegge. Le immagini di Abu Ghraib che prepotentemente sono entrate nella quotidianità familiare attraverso i vari media hanno fatto comprendere che la tortura non è qualcosa del lontano passato o qualcosa che riguarda regimi dittatoriali; hanno fatto vedere che esiste ed è pronta a riproporsi. Ma, al contempo, hanno quasi determinato un’assuefazione a tale pratica o, quantomeno, l’hanno fatta riemergere come una delle opzioni, negative, ma possibili.

Causare estremo dolore e umiliazione a chi è privato di ogni possibilità di difesa, annullare la sua identità e mortificare la sua dignità, questo è quello che subisce un numero altissimo di richiedenti asilo prima di arrivare in Italia. La difficoltà nell’individuazione precoce dei sopravvissuti a tortura, dovuta a una carenza di formazione specifica da parte degli operatori dell’accoglienza, e l’insufficienza di strutture e personale qualificato nella diagnosi e nel trattamento delle patologie conseguenti a torture e traumi estremi pesano fortemente sulla possibilità di garantire accoglienza e cure adeguate a chi ne è vittima. L’inserimento sociale è impossibile se chi ha subito tali traumi non ha accesso a un percorso riabilitativo che coinvolge medici, psichiatri, assistenti sociali, legali. Tutti operatori che necessitano di un’adeguata formazione per poter innanzitutto riconoscere e quindi aiutare le vittime di tortura. Le conseguenze su chi ha subito torture e abusi sessuali colpiscono la psiche molto più profondamente dei traumi di altra origine. La specificità di questi disturbi richiede una diagnosi corretta ed un trattamento efficace di strutture specialistiche. Tra i problemi che affronta chi fugge dal proprio paese c’è anche quello di dover ricostruire una vita in Italia. Questo vuol dire trovare un lavoro ma anche uscire dalla solitudine.  Nessun trattamento può risultare efficace con i rifugiati sopravvissuti a tortura se non è fortemente integrato con misure di accoglienza e sostegno atte a garantire una vita dignitosa e concrete possibilità di integrazione lavorativa, scolastica, abitativa. Tra l’altro, è importante poter costruire di nuovo relazioni significative protette e stabili con altre persone, poiché alla base delle patologie post traumatiche vi è proprio un trauma di tipo relazionale. Dunque, l’approccio riabilitativo alle vittime di tortura deve essere multidisciplinare e condotto attraverso un lavoro di equipe in cui collaborino psicologi, medici, assistenti sociali, operatori legali, operatori dell’accoglienza.

L’equipe multidisciplinare per l’emersione, la diagnosi, la presa in carico di richiedenti e/o titolari di protezione internazionale e/o umanitaria vittime di torture e/o di violenza estrema è stata costituita il 28 settembre 2012 attraverso la formalizzazione di un Protocollo di Intesa tra l’Associazione “La Kasbah”, l’Auser di Cosenza, la Provincia di Cosenza e l’A.S.P. di Cosenza per la definizione delle modalità operative e l’individuazione dei percorsi di cura e di integrazione. L’Associazione “La Kasbah” ha partecipato nel 2012 – in collaborazione con il CIAC di Parma e l’Associazione Medici Contro la Tortura di Roma – ad un progetto di formazione rivolto ad operatori medici, legali, dell’accoglienza per l’individuazione e la presa in carico dei rifugiati politici vittime di tortura. Dalla collaborazione tra l’Associazione Culturale “La Kasbah” e  l’Ambulatorio Medico “Senza Confini – A. Grandinetti” dell’Associazione Auser di Cosenza è emersa la volontà comune di promuovere una strategia sperimentale di rete sul territorio, che consentisse la realizzazione di sinergie mirate a migliorare la qualità dei servizi offerti alla popolazione migrante, con particolare riferimento a persone in condizione di particolare vulnerabilità sanitaria e giuridico-sociale perseguendo, in particolare, i seguenti obiettivi:

  • Sostenere persone vittime di tortura o violenza estrema attraverso una risposta multidisciplinare e integrata di tipo clinico, assistenziale, relazionale e di integrazione sociale, mirata a favorire percorsi di autonomia personale.
  • Definire linee-guida e prassi operative per la presa in carico sociale e sanitaria di soggetti vittime di tortura e violenza con particolare riferimento all’individuazione di strumenti in grado di affrontare le situazioni di vulnerabilità sociale e sanitaria in modo efficace e in tempi adeguati.
  • Offrire un più ampio supporto ai cittadini che richiedono protezione internazionale nell’ambito dell’Ambulatorio Medico Senza Confini “A. Grandinetti” , tramite percorsi sanitari ed interventi di mediazione interculturale e linguistica con particolare riferimento al tema del genere e dei minori.

 

L’equipe è costituita da operatori sanitari dell’Azienda Sanitaria Provinciale, operatori sanitari dell’Ambulatorio Medico Senza Confini “A. Grandinetti” ed operatori sociali dell’Associazione Culturale “La Kasbah” .  Nello specifico le figure presenti al suo interno sono:

  • Coordinatore di progetto
  • Referenti medici dell’Ambulatorio Medico Senza Confini
  • Psichiatra
  • Ginecologo
  • Infettivologo
  • Ortopedico
  • Operatrici sociali e dell’accoglienza
  • Mediatrici culturali

 

Compito dell’equipe è valutare l’invio a servizi specialistici, attivando le referenze per gli esami strumentali, predisponendo inoltre la eventuale certificazione clinica e/o medico legale e le eventuali terapie necessarie, accompagnando la presa in carico dei servizi competenti. In sede di coordinamento viene inoltre valutata l’attivazione di misure di tipo sociali (inserimento lavorativo, accoglienza abitativa, apprendimento linguistico, orientamento, segretariato sociale, partecipazione a laboratori ludici espressivi ecc.), anche attraverso l’accompagnamento ai servizi del territorio, per approcciare la complessità della situazione individuale in modo da ridurre la retroazione negativa della condizione di vulnerabilità sociale e giuridica sul percorso di diagnosi, cura e riabilitazione ed anzi facilitarne la realizzazione e promuoverne l’efficacia.

Il corpo è sempre il primo messaggero della sofferenza. È raro, infatti, che la persona vittima di tortura lamenti inizialmente la sua peculiare condizione psicologica. Il disagio viene riferito con una serie di connotazioni su base organica, che solo in parte può essere ricondotta alle sequele delle violenze di cui si è stati vittima. Malati per il male ricevuto, percossi sulle piante dei piedi, ustionati col fuoco o con la corrente elettrica, sospesi al soffitto con gli arti legati, spaccati nelle ossa e distrutti nell’anima. Le conseguenze sul corpo sono devastanti anche in caso di ‘tecniche psicologiche’ di tortura, facendo vivere alla vittima esperienze come l’isolamento per anni, privandola del senso del tempo, in ambienti senza luce o, al contrario, esponendola a una permanente luce accecante. In alcune circostanze vengono sollecitate volutamente nella vittima esperienze di tipo allucinatorio, così da insinuare lo spettro della follia. Anche queste sofferenze nella maggioranza dei casi sono somatizzate sotto forma di insonnia, incubi, allucinazioni, perdita di memoria. Quando parliamo di persona richiedente protezione internazionale e rifugiata dovremmo considerare che insieme ai diritti che le vengono riconosciuti in quanto richiedente o titolare di un determinato status è necessario attivare una serie di funzioni che consentano all’individuo di ristabilire e riassestare, nonostante il possibile disorientamento provocato dalle vicissitudini migratorie, la propria centralità e il proprio progetto di vita. Qualsiasi comportamento o azione mirante a calmare lo stress, a ricostruire la fiducia nell’essere umano, a ridare dignità e speranza alle vittime di tortura rappresentano atti terapeutici. Oltre agli interventi specifici sulla salute fisica, di tipo medico, si ritiene che siano altrettanto utili gli interventi in ambito sociale, legale e relazionale. Gli effetti della relazione operatore-beneficiario possono aiutare la persona in qualsiasi momento del percorso di ricostruzione dell’identità lesa dalla tortura.

 

 

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