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DOPO GLI ATTENTATI DI PARIGI

Categoria: News nazionali e internazionali
Pubblicato Mercoledì, 18 Novembre 2015
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DOPO GLI ATTACCHI DI PARIGI, I RIFUGIATI NON DEVONO DIVENTARE CAPRI ESPIATORI

L’UNHCR esprime shock ed orrore nei confronti degli attacchi di Parigi e dell’uccisione di così tante persone innocenti. L’Alto Commissario per i Rifugiati, António Guterres, ha espresso la sua solidarietà con il governo ed il popolo francese, così come ha fatto con il governo del Libano in seguito ai recenti attacchi mortali a Beirut.

La stragrande maggioranza di coloro che arrivano in Europa fugge da persecuzioni o dalle conseguenze dei conflitti che mettono in pericolo la loro vita, ed è incapace di raggiungere la salvezza attraverso vie legali. Anche le situazioni precarie nei paesi di prima accoglienza stanno spingendo molti a partire per l’Europa.

Molti fuggono dall’estremismo e dal terrorismo – proprio dalle stesse persone legate agli attacchi di Parigi.

L’UNHCR è profondamente preoccupato dalla notizia, non ancora confermata, che uno degli attentatori di Parigi potrebbe essere arrivato in Europa con il flusso attuale. L’Agenzia ONU per i rifugiati crede fortemente nell’importanza di preservare l’integrità del sistema d’asilo. L’asilo e il terrorismo non sono compatibili l’uno con l’altro. La Convenzione sui Rifugiati del 1951 è chiara su questo, infatti esclude dal suo ambito di applicazione le persone che hanno commesso crimini gravi.

Fin dall’inizio, abbiamo sollecitato i paesi a mettere in atto immediatamente dei meccanismi efficaci di accoglienza, identificazione e registrazione appena le persone arrivano. Ai rifugiati bisogna garantire protezione e i richiedenti asilo eleggibili devono poter accedere al piano UE di ricollocamento.

Il piano di ricollocamento e le altre misure concordate possono migliorare la gestione e la stabilizzazione degli attuali flussi di persone. Queste misure includono piani di sicurezza e l’appropriata registrazione di tutte le persone in fuga.

L’UNHCR esprime preoccupazione per la reazione di alcuni Stati che potrebbero porre fine ai programmi messi a punto, facendo marcia indietro sugli impegni presi per gestire la crisi dei rifugiati (i.e. il programma di ricollocamento), o proponendo di innalzare nuove barriere. L’UNHCR esprime profondo sconcerto per la retorica che demonizza i rifugiati come gruppo. Si tratta di qualcosa di molto pericoloso, in quanto contribuisce ad aumentare la xenofobia e la paura. I problemi di sicurezza che l’Europa sta affrontando oggi sono estremamente complessi. Non si possono trasformare i rifugiati in capri espiatori, e questi non possono diventare le vittime secondarie di tali tragici eventi.

Ciò evidenzia anche il bisogno urgente di espandere significativamente i canali legali, in particolare i programmi di ricollocamento e di ammissioni umanitarie, come alternative ai viaggi pericolosi e irregolari, stroncando nel frattempo il traffico di esseri umani.

Garantire la sicurezza delle nostre società e l’integrità dei programmi di asilo in Europa non sono obiettivi incompatibili. Questi sono centrali per mantenere i valori europei fondamentali e per proteggere il diritto a chiedere asilo.

Per ulteriori informazioni sull’argomento, contattare:

A Geneva, Melissa Fleming al +41 79 557 9122
A Geneva, Adrian Edwards al +41 79 557 9120
A Geneva, William Spindler al +41 79 217 3011

Per ulteriori informazioni:

Carlotta Sami - Cell +39 335 6794746; Fax +39 06 80212325

Ufficio stampa - 06 80212318/33
Twitter:
UNHCRItalia CarlottaSami

www.unhcr.it

L’UNHCR CONDANNA GLI ATTACCHI AL CAMPO PER SFOLLATI INTERNI DI BATANGAFO

Categoria: News nazionali e internazionali
Pubblicato Mercoledì, 11 Novembre 2015
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 COMUNICATO STAMPA

 L’UNHCR CONDANNA GLI ATTACCHI AL CAMPO PER SFOLLATI INTERNI DI BATANGAFO, IN REPUBBLICA CENTRAFRICANA

 L’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), preoccupata per lo stato d’insicurezza che si sta diffondendo nella già instabile Repubblica Centrafricana, condanna le violenze esplose nel paese, tra cui l’attacco omicida e di rappresaglia sferrato contro il campo per sfollati interni nella città di Batangafo.

Martedì, combattenti ribelli sono entrati nel campo di Batangafo, presumibilmente per vendicare l’uccisione di due giovani musulmani avvenuta il giorno stesso nel campo. Secondo un primo rapporto, avrebbero aperto il fuoco e incendiato rifugi e capanne, seminato il panico tra la popolazione e ucciso cinque persone. Tra queste, anche un’anziana signora, morta tra le fiamme nelle sua capanna.

Circa 5.500 persone hanno abbandonato il campo e hanno cercato protezione in aree più sicure vicine al campo dei peace-keepers dell’ONU e al compound di Medici Senza Frontiere. Circa 730 capanne sono state distrutte nell’attacco, anche uno spazio comunitario per i giovani del campo è stato distrutto.

Esplosioni di violenza e spostamenti forzati di persone sono stati registrati anche nella città centrale di Bambari e nelle zone circostanti. Mercoledì mattina, uomini armati che si crede siano ex-Seleka, hanno ucciso due studenti nella città di Bambari.

Venerdì scorso, un altro attacco al villaggio di Awatche, a 25 km circa da Bambari, ha costretto circa 900 persone a cercare rifugio in una campo dell’UNHCR a Pladama Ouaka, che attualmente accoglie 1.850 rifugiati sudanesi.

“L’UNHCR condanna con forza questi terribili attacchi in cui hanno perso la vita persone innocenti e fa appello a tutte le parti in causa affinché venga riportata la calma e garantito il rispetto della natura civile ed umanitaria dei campi per sfollati interni,” ha dichiarato Charles Mballa, Vice Delegato dell’UNHCR per la Repubblica Centrafricana. “Tutti noi abbiamo la responsabilità di proteggere i civili e preservare la neutralità e la sicurezza di questi campi,” ha aggiunto.

Gli eventi di ieri, a Batangafo, sono un chiaro esempio di come ogni incidente possa innescare una spirale di violenza. Nonostante la relativa situazione di tranquillità da gennaio 2015, la capitale Bangui è stata severamente colpita dalle violenze iniziate il 26 settembre e tutt’ora in corso. Tali scontri armati, iniziati dopo l’uccisione di un taxista musulmano, hanno causato la morte di almeno 90 persone e costretto oltre 40.000 a fuggire verso luoghi più sicuri.

Prima che scoppiasse l’ultima ondata di violenza, nella Repubblica Centrafricana c’erano circa 399.000 sfollati interni (a metà ottobre), mentre quasi 460.000 persone erano fuggite nei paesi vicini.

Per ulteriori informazioni:

Carlotta Sami - Cell +39 335 6794746; Fax +39 06 80212325

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EMERGENZA URAGANO IN YEMEN

Categoria: News nazionali e internazionali
Pubblicato Venerdì, 06 Novembre 2015
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L’UNHCR FORNISCE TENDE E GENERI DI PRIMA NECESSITA’ PER LE PERSONE SFOLLATE A CAUSA DEL CICLONE CHAPALA IN YEMEN

2)      AGGIORNAMENTO SU LESBO E LE ISOLE GRECHE

 Questo è un riassunto di quanto ha detto il portavoce UNHCR alla conferenza stampa di oggi al Palazzo delle Nazioni a Ginevra.

 1)      L’UNHCR FORNISCE TENDE E GENERI DI PRIMA NECESSITA’ PER LE PERSONE SFOLLATE A CAUSA DEL CICLONE CHAPALA IN YEMEN

Il ciclone tropicale Chapala si è abbattuto il 3 novembre sulla regione di Hadramaut prima di passare a Shabwah lungo la costa del Mare Arabico in Yemen. Venti forti, piogge torrenziali e inondazioni hanno distrutto case, barche e bestiame, e hanno provocato l’interruzione dei servizi. Le prime notizie parlano di circa 1.600 famiglie sfollate a Hadramout, circa 150 a Shabwah, 25 ad Al Maharah e altre centinaia a Socotra.

Il giorno prima del ciclone, l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) aveva trasferito 3.000 kit con beni non alimentari e 1.000 tende a Al Mukalla nella regione di Hadramout, e i partner dell'UNHCR hanno iniziato la distribuzione già il 4 novembre. Inizialmente sono state 350 le famiglie raggiunte a Hadramout e le distribuzioni sono tuttora in corso nelle zone colpite. L'UNHCR sta anche portando a Al Mukalla 5.000 kit per la costruzione di rifugi di emergenza. Nel preparare la risposta e nella sua concreta attuazione, l'UNHCR si sta coordinando con le autorità, le altre agenzie delle Nazioni Unite, le ONG, le organizzazioni della società civile e attraverso i cluster subnazionali per la Protezione e l’Accoglienza ad Aden.

Gli effetti di Chapala sono stati più gravi a Shabwah e a Hadramaut, che insieme hanno una popolazione di circa 1,9 milioni di persone. Jilaa, un villaggio di circa 1.150 abitanti nella regione di Shabwah, è stato completamente spazzato via e continuano ad arrivare informazioni di ulteriori devastazioni. Il 76% della popolazione (1,4 milioni di perosne) di queste regioni aveva già bisogno di assistenza umanitaria, compresi più di 100mila sfollati interni e più di 27mila tra rifugiati e migranti.

Prima del ciclone, l'isola yemenita di Socotra - situata a 350 km dalla terraferma nel Mare Arabico - aveva già subito una vasta distruzione e l’esodo della popolazione, con molte persone che erano state costrette a rifugiarsi in grotte, scuole o presso parenti. Almeno 170 case dell'isola sono state completamente danneggiate e altre 610 parzialmente danneggiate.

L’UNHCR in Yemen era in contatto con i colleghi presenti nel Somaliland e nel Puntland per dissuadere rifugiati, richiedenti asilo e migranti - soprattutto provenienti da Etiopia e Somalia – dall’imbarcarsi per raggiungere lo Yemen a causa delle condizioni pericolose del mare dovute al ciclone Chapala. Non sono stati segnalati nuovi arrivi dal primo di novembre. Dall’inizio del 2015 l'UNHCR ha contato quasi 70mila nuovi arrivi lungo le coste del Mar Rosso e del Mar Arabico. Oltre 11mila sono arrivati nel mese di ottobre, lungo la costa del Mare Arabico, e hanno ricevuto accoglienza e assistenza medica nel centro di accoglienza di Mayfa gestito dall'UNHCR a Shabwah, che finora ha resistito bene alla tempesta riportando solo lievi danni alle strutture.

L’UNCHR è stato informato dell’arrivo di una nuova tempesta tropicale che potrebbe dar vita ad un secondo ciclone, che raggiungerebbe Socotra domenica 8 novembre. L'UNHCR e le altre agenzie umanitarie stanno ulteriormente incrementando le misure di preparazione e risposta. Gli operatori dell’UNHCR in Somalia hanno ancora una volta divulgato messaggi di allerta attraverso le reti di partner e la comunità locale volti a dissuadere le persone dal mettersi in viaggio verso lo Yemen.

Nel corso degli ultimi mesi gli arrivi si erano spostati principalmente sulla costa del Mare Arabico per evitare le zone di intenso conflitto situate nella regione di Taizz, sulla costa yemenita del Mar Rosso. Lo Yemen ha 21,1 milioni di abitanti che necessitano di assistenza umanitaria: incluso l'accesso al cibo, all’assistenza sanitaria e all’acqua potabile. Inoltre, sono più di 2,3 milioni gli sfollati interni provocati dall’inasprirsi del conflitto a partire dalla fine di marzo di quest'anno.

2)      AGGIORNAMENTO SU LESBO E LE ISOLE GRECHE

Gli operatori dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) presenti sulle isole greche hanno lavorato durante tutta la settimana per fornire aiuto ai rifugiati, ai migranti e alle comunità ospitanti colpiti da uno sciopero dei trasporti marittimi durato quattro giorni che si è concluso questa mattina.

Si stima che circa 20mila rifugiati e migranti si trovino attualmente sulle isole, il che mette a dura prova le limitate strutture di accoglienza presenti. Questa situazione ha reso ancora più evidente quanto già sottolineato dalle ripetute richieste dell'UNHCR perché vengano migliorate le condizioni e la capacità stessa di accoglienza in Grecia. Il recente accordo per l’aumento dei posti di accoglienza nel paese sarà un fattore chiave per stabilizzare la situazione e sostenere il programma di ricollocamento. L'UNHCR sta collaborando con l'Unione Europea e gli Stati membri per sostenere questa iniziativa.

Questa settimana sono stati fatti dei progressi, con il primo trasferimento in aereo di 30 richiedenti asilo siriani e iracheni dalla Grecia verso altri paesi dell'Unione Europea - in questo caso in Lussemburgo.

Qui di seguito una rapida panoramica della situazione attuale su alcune isole e sul lavoro l’Agenzia ha svolto questa settimana per contribuire ad alleviare le pressioni causate dallo sciopero dei traghetti.

A Lesbo, il numero di persone arrivate ieri (giovedì) è in leggera diminuzione, tuttavia si stima che già mercoledì fossero presenti sull’isola tra 7mila e 10mila rifugiati e migranti. Molti di loro si trovano all’interno o nei dintorni della città principale di Mytilini. Centinaia di loro alloggiavano nella zona portuale in tende da campeggio e altre migliaia nel sito di Moria. L'UNHCR ha sostenuto il governo nel suo tentativo di incrementare la capacità di accoglienza, anche attraverso l’allestimento di unità abitative e di una grande tensostruttura con funzioni di magazzino dell'UNHCR. Tuttavia tale capacità continua ad essere estremamente limitata, al punto che alcune persone sono state costrette a rimanere all'aperto durante la notte, comprese donne e bambini. Oltre a mezzi per i trasferimenti, l'UNHCR ha distribuito coperte, materassini e barrette energetiche per aiutare chi dormiva all’aperto a tenersi caldo. L'UNHCR ha poi utilizzato altoparlanti per informare le persone sullo sciopero e su altre questioni rilevanti.

Giovedì sull’isola di Leros si trovavano circa 3.400 rifugiati e migranti, su una popolazione totale di circa 8mila persone. Ciò ha messo a dura prova i servizi pubblici, acqua ed elettricità comprese. Il personale dell'UNHCR a Leros sta identificando le persone con bisogni specifici per dare loro priorità nell’assegnazione dei pochi alloggi disponibili. L’Agenzia sta costruendo nuove unità abitative per le famiglie di rifugiati, ma il sovraffollamento rende estremamente difficile trovare spazi adatti. L’UNHCR lavora inoltre per migliorare i servizi idrici e sanitari, anche attraverso l’installazione di pompe e collabora con polizia e Guardia Costiera per distribuire aiuti, tra cui coperte. Anche il cibo scarseggia e perfino i negozi locali stanno esaurendo le scorte a causa dello sciopero dei trasporti che ha bloccato le normali consegne sull'isola. I volontari, tuttavia, hanno anche provveduto alla distribuzione di cibo.

A Chios, sono almeno 1.700 le persone arrivate ieri (giovedì), il che porta il totale di presenze sull'isola ad almeno 2.400. Al momento si sta assistendo a un picco di arrivi, che ci si aspetta continui finché il tempo è buono. Vi è una carenza di alloggi e le persone dormono nel giardino comunale, dove l'UNHCR ha allestito circa 80 tende per le persone più a rischio. Sono inoltre già pieni la grande tensostruttura allestita dall'UNHCR al porto e gli alberghi locali. Un nuovo sito di accoglienza dell'UNHCR a Souda potrebbe essere pronto entro venerdì, aiutando ad alleviare le attuali pressioni.

Ieri (giovedì) a Samos, il bel tempo e il mare calmo hanno portato ad un aumento degli arrivi, circa 900 persone, per la maggior parte siriani. Con questi nuovi arrivi, sono ormai 3.500 i rifugiati e migranti in attesa sull'isola, dove c’è carenza di alloggi. Alcune persone alloggiano in un centro di identificazione, mentre circa 2.500 si trovano nella zona portuale, dove i più vulnerabili dormono all’interno di 16 container messi a disposizione dalle autorità locali. Molti dei nuovi arrivati hanno montato le loro tende nel porto, mentre altri dormono per terra o su materassini forniti dell'UNHCR. Il sovraffollamento complica la distribuzione degli aiuti, ma l'UNHCR sta identificando le persone con bisogni specifici e cercando di facilitare le operazioni di registrazione. Il cibo viene distribuito dal Comune, dai militari, da una ONG e da volontari. L'UNHCR contribuisce distribuendo barrette energetiche.

Anche a Kos, il bel tempo e il mare calmo hanno portato a continui arrivi ed è stata registrata un'altra tragedia in mare che ieri ha provocato la morte di un bambino di 4 anni e la scomparsa di un altro di 6. Gli operatori dell'UNHCR riferiscono che sta crescendo il numero di famiglie di afgani e iraniani in arrivo, benchè i siriani rimangano tuttora in maggioranza. Sull'isola, ci sono poche risorse disponibili per rifugiati e migranti. Tutti gli alberghi sono al completo e il parco archeologico, dove la maggior parte delle persone trascorre la notte, è sovraffollato. L'UNHCR si è appellato al comune perchè adibisca un campo di basket, un teatro o un stadio locale ad alloggi temporanei, ma la richiesta è stata rifiutata. L'UNHCR ha intensificato l’assistenza, fornendo anche coperte e materassini attraverso l’associazione Kos Solidarity.

Nella vicina Kalymnos, le associazioni della comunità locale hanno fornito un buon supporto alle persone arrivate, anche accompagnando i sopravvissuti di un recente naufragio a Kos per i servizi funebri. Circa 250 rifugiati sono attualmente sull'isola. I nuovi arrivati soggiornano in hotel o in un edificio dismesso che il comune ha messo a disposizione. L'UNHCR sta allestendo un centro di emergenza nel porto, che comprenderà 16 unità abitative per le famiglie di rifugiati, gestite dal comune.

In queste circostanze, in tutte le isole, migliaia di donne e bambini rifugiati sono costretti a stare all'aperto durante la notte o in strutture di accoglienza sovraffollate e inadeguate, in cui sono esposti a tutti i tipi di rischi, compreso quello di violenze sessuali. Fornire loro un alloggio adeguato è essenziale per proteggerli e diventa ancora più importante con l’inverno alle porte.

I minori non accompagnati e separati dalle loro famiglie rappresentano una fonte di preoccupazione sempre più grande; l'UNHCR sta fornendo supporto per i ricongiungimenti familiari e dando loro tutto il sostegno necessario. L'Agenzia sta inoltre fornendo supporto psicosociale e legale alle vittime dei naufragi mentre i volontari e i partner continuano a svolgere un ruolo fondamentale per colmare alcune delle lacune più gravi.

L'UNHCR continuerà a sostenere le autorità greche per migliorare le capacità d’accoglienza e di registrazione sulle isole. L’Agenzia ha lanciato un appello per raccogliere 32 milioni di dollari in vista dell’inverno in Grecia. Questa richiesta è parte di un piano complessivo di 96 milioni di dollari per affrontare l’inverno in Grecia e nei Balcani che l’UNHCR ha annunciato ieri. Per maggiori dettagli sul piano, si può visitare il sito: www.unhcr.org

 Per ulteriori informazioni:

Carlotta Sami - Cell +39 335 6794746; Fax +39 06 80212325

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UNHCR - BRIEFING SETTIMANALE ALLA STAMPA

Categoria: News nazionali e internazionali
Pubblicato Martedì, 10 Novembre 2015
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IL NUMERO DI RIFUGIATI MALIANI IN NIGER CONTINUA AD AUMENTARE, NONOSTANTE LA FINE DELLA GUERRA

Questo è un riassunto di quanto ha detto il portavoce UNHCR alla conferenza stampa di oggi al Palazzo delle Nazioni a Ginevra.

Il numero di rifugiati maliani in Niger ha raggiunto il picco più alto da quando è scoppiato il conflitto, nel 2012, nello stato dell’Africa occidentale. Migliaia di rifugiati sono fuggiti dal Mali orientale nelle ultime settimane, nonostante un accordo di pace tra il governo, una milizia lealista e una coalizione Tuareg ribelle sia stato firmato lo scorso giugno.

Sebbene infatti la firma dell’Accordo di Algeri abbia segnato un importante passo avanti nel processo di pace in diverse zone del Mali, non ha fermato il flusso di persone verso il Niger. Questo sviluppo inaspettato desta preoccupazione e sta mettendo a dura prova la nostra operazione in Niger.

Le persone che stanno arrivando in Niger dicono di essere fuggite da situazioni d’illegalità, estorsioni, di scarsità di cibo, di rivalità tra tribù, da scontri tra pastori e contadini e dal vuoto di potere che si è creato nell’est del paese in assenza di un governo forte, ma con una forte presenza militare.

I rifugiati maliani in Niger erano circa 50.000 nel 2012-2013, al culmine della guerra civile, che si è conclusa quando francesi e maliani hanno sconfitto le forze ribelli. Dopo le elezioni presidenziali del 2013, l’UNHCR ha aiutato circa 7.000 rifugiati maliani a rimpatriare dal Niger.

All’inizio dell’anno, erano 47.449 i rifugiati maliani registrati residenti in Niger, di cui circa 5.000 erano rifugiati urbani ad Ayorou e nella capitale Niamey, mentre il resto si trovava nei cinque campi per rifugiati delle regioni di Tillabéri e Tahoua.

Il numero di arrivi è, però, cominciato ad aumentare durante l’anno, raggiungendo un nuovo picco a ottobre e inizio novembre, quando circa 4.000 rifugiati maliani hanno attraversato le regioni scarsamente popolate dell’est per raggiungere il Niger. Questo ha portato il numero totale di rifugiati registrati ad un record, pari a 54.000 presenze all’inizio di novembre, mentre altre 3.000 persone sono in attesa di registrazione.

La maggioranza dei nuovi arrivati proviene dalle zone rurali delle regioni di Menaka e Anderaboukane. A Inates, dove di recente sono arrivati più di 2.000 maliani, alcune donne rifugiate hanno riferito di essere fuggite dai combattimenti tra le tribù di Idourfane e Daoussak. Hanno detto che i loro animali sono stati rubati, i loro bambini non potevano andare a scuola e le strutture pubbliche erano state danneggiate in assenza delle autorità nazionali.

La situazione di perenne insicurezza delle zone rurali vicino Menaka e Ansongo ha avuto un impatto negativo anche sulla sicurezza alimentare della popolazione. Per coloro che dipendono dall’allevamento, l’accesso limitato ai terreni dei pascoli rappresenta una minaccia che mette a rischio la loro sussistenza. Fuggire in Niger in questi casi può rispondere ad una strategia di sopravvivenza.

Nei campi per rifugiati in Niger, le abitazioni in tende sono state sostituite da case di fango, il che indica che le persone non si aspettano più di tornare nel proprio paese in tempi brevi. Il numero di persone che vogliono tornare nel Mali è irrisorio rispetto a quelli che si dirigono verso il Niger. Nei primi 10 mesi, abbiamo facilitato il rimpatrio volontario di 953 rifugiati. Nonostante questi ritorni, il numero di nuovi arrivi e l’aumento della popolazione rifugiata ha incrementato il numero totale di rifugiati di oltre il 10 per cento.

Questo nuovo flusso e le cifre senza precedenti di rifugiati maliani rappresentano le sfide principali dell’UNHCR, che ha visto una continua riduzione dei fondi per le sue operazioni nella regione. La situazione che ci troviamo ad affrontare si sta evolvendo in una direzione opposta a quella che ci si aspettava: sta diventando infatti una condizione permanente piuttosto che un’emergenza.

Tuttavia, per far fronte a questa sfida, i fondi a disposizione sono passati da 300 dollari a persona nel 2013 a meno di 150 nel 2016. Il fatto che diverse ONG che avevano fondi propri da investire abbiano lasciato il paese e che anche il supporto delle altre agenzie ONU è venuto meno, sta mettendo a dura prova la capacità del Niger di assorbire questo ulteriore flusso.

Inoltre, quest’ultimo flusso arriva in un momento in cui l’UNHCR stava pianificando le operazioni di rimpatrio volontario delle persone o di supporto a percorsi di autosufficienza in Niger. I risultati fin qui raggiunti nei campi, compresi le iscrizioni alla scuola superiore, un buon livello di nutrizione e bassi livelli di povertà, sono ora minacciati dai nuovi arrivi e dal calo dei finanziamenti.  

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L'APPELLO DELL'UNHCR

Categoria: News nazionali e internazionali
Pubblicato Martedì, 03 Novembre 2015
Scritto da Super User

L’APPELLO DELL’UNHCR: NECESSARI INTERVENTI URGENTI PER AFFRONTARE L’APOLIDIA DEI MINORI PRIMA CHE I PROBLEMI DIVENTINO INSUPERABILI

I minori apolidi in tutto il mondo condividono lo stesso senso di discriminazione, frustrazione e disperazione, secondo quanto emerge dal nuovo rapporto dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), che richiama la necessità di un'azione urgente prima che l’apolidia renda insuperabili i problemi che affliggono l’infanzia di molti bambini.

La prima indagine geograficamente diversificata che raccoglie le opinioni dei bambini apolidi rivela che i problemi più comuni, che devono affrontare nei paesi in esame, incidono profondamente sulla loro capacità di godere dell’infanzia, di condurre una vita sana, di studiare e perseguire e soddisfare le loro ambizioni.

Tra le decine di giovani intervistati in sette paesi per il rapporto I am Here, I Belong: the Urgent Need to End Childhood Statelessness, in moltihanno affermato che essere apolidi ha avuto un forte impatto psicologico su di essi, al punto che si descrivono come "invisibili", "alieni", persone che "vivono nell’ombra", "inutili", “come cani randagi".

L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati António Guterres ha sottolineato che il rapporto, pubblicato un anno dopo il lancio della campagna dell'UNHCR #IBelong volta a porre fine all’apolidia entro il 2024, evidenzia la necessità di porre fine alle sofferenze dei minori apolidi in un mondo in cui ogni 10 minuti nasce un bambino apolide.

"Nel breve tempo che i bambini hanno per essere bambini, l’apolidia può scolpire nella pietra gravi problemi che li perseguiteranno per tutta la loro infanzia e li condanneranno ad una vita di discriminazione, frustrazione e disperazione", ha dichiarato Guterres. "Nessuno dei nostri bambini dovrebbe essere apolide. Tutti i bambini dovrebbero avere un luogo a cui appartenere”.

Nella giornata di ieri, 3 Novembre, l'Alto Commissario ha presentato il rapporto in occasione di una tavola rotonda ad alto livello, che si è tenuta presso la sede dell'ONU a New York, sull'importanza del diritto alla cittadinanza. Per stilare il rapporto sono state intervistate più di 250 persone, tra cui bambini, giovani, genitori e tutori, in Costa d'Avorio, Repubblica Dominicana, Georgia, Italia, Giordania, Malaysia e Thailandia, nel periodo compreso tra lo scorso luglio e agosto.

Nel rapporto, i bambini raccontano le sfide difficili che affrontano crescendo, spesso ai margini della società, quando si vedono negati i diritti di cui gode la maggior parte dei cittadini. I bambini apolidi dicono che sono spesso trattati come stranieri nel paese in cui sono nati e hanno vissuto per tutta la loro vita.

Ai giovani apolidi viene spesso negata la possibilità di ottenere titoli di studio, andare all'università e trovare un lavoro dignitoso. Affrontano discriminazioni e vessazioni da parte delle autorità e sono più vulnerabili a sfruttamento e abusi. La loro mancanza di cittadinanza spesso condanna loro, le loro famiglie e comunità a rimanere poveri ed emarginati per generazioni.

L’apolidia riguarda anche il futuro dei giovani. Una ragazza in Asia ha dichiarato ai ricercatori dell'UNHCR che non è riuscita a rispondere ad offerte di lavoro come insegnante perché è apolide e non può che trovare lavoro in qualche negozio locale. "Voglio dire al Paese che ci sono molte persone come me”.

L'UNHCR fa appello a più paesi affinché sostengano la campagna lanciata il 4 novembre 2014 per porre fine all’apolidia in 10 anni. Nell’ultimo anno, la comunità globale si è raccolta a sostegno della campagna, e diverse iniziative sono state promosse a livello regionale così come azioni legislative sono state intraprese da parte degli Stati.

Per quanto riguarda l’Italia, non solo è stato uno dei Paesi che ha preso parte all’iniziativa, apportando un importante contributo all’indagine e al rapporto presentato ieri a New York, ma ha anche patrocinato l’evento stesso. Inoltre, il Parlamento italiano ha recentemente autorizzato l’adesione alla Convenzione del 1961 sulla riduzione dell’apolidia, confermando così a livello internazionale il proprio impegno nel contrasto al fenomeno dell’apolidia.

Per porre fine all’apolidia, l'UNHCR esorta tutti gli Stati ad adottare le seguenti misure:

  • Consentire ai bambini che altrimenti sarebbero apolidi di acquisire la cittadinanza del paese in cui sono nati.
  • Riformare le leggi che impediscono alle madri di trasferire la propria cittadinanza ai figli in condizioni di parità rispetto ai padri.
  • Eliminare le leggi e le pratiche che negano la cittadinanza ai bambini a causa della loro nazionalità, etnia, razza o religione.
  • Assicurare che venga realizzata universalmente la registrazione delle nascite in modo da prevenire apolidia.

Leggi il rapporto: http://www.unhcr.org/ibelong/wp-content/uploads/2015-10-StatelessReport_ENG16.pdf

Contatti per i media:

Ginevra

Leo Dobbs: (+41) 79 883-6347, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Stephen Pattison +41 79 500 8774, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Melissa Fleming: (+41) 22 739-7965, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Adrian Edwards: (+41) 79 557-9120, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Ariane Rummery: (+41) 79 200-7617, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

William Spindler: (+41) 79 217-3011, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Karin De Gruijl: (+41) 79 255-9213, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Andreas Needham: (+41) 79 217 3140, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

E in altri parti del mondo: http://www.unhcr.org/4a09806215.html

Sulla campagna #IBelong

Il 4 novembre 2014 l'UNHCR ha lanciato la campagna #IBelong per porre fine all’apolidia in 10 anni. L’apolidia rappresenta un problema di origine umana ed è relativamente facile da risolvere e prevenire. Con la necessaria volontà politica e il sostegno pubblico, milioni di persone in tutto il mondo potrebbero acquisire una cittadinanza e permettere ai loro figli di non nascere apolidi. La campagna #IBelong è supportata da un Piano d'Azione Globale, che delinea misure concrete per permettere agli Stati di risolvere il problema. Con l'acquisizione di una cittadinanza, si stima che 10 milioni di persone apolidi in tutto il mondo potrebbero ottenere pieno accesso ai loro diritti umani e godere di un senso di appartenenza alle loro comunità.

Per ulteriori informazioni:

Carlotta Sami - Cell +39 335 6794746; Fax +39 06 80212325

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